

di Elda Martinelli
VITERBO - In realtà avrei voluto parlar solo di teatro, ve l’ho già detto : ma l’ennesima dolorosa analisi della cultura e della politica viterbese mi ha portato alla conclusione che vi ho offerto qualche giorno fa e che oggi vi ripropongo come titolo.
Perché ancora una volta, in quei ”rimediati luoghi deputati” (non certo teatri!) dove ho visto gli spettacoli descritti e commentanti nel mio ultimo “scritto” di domenica scorsa, ma anche ai 7 saggi scolastici teatrali (che ho curato e presentato negli ultimi 10 giorni) c’erano solo amici e familiari, principalmente. Addetti ai lavori, solo se coinvolti come operatori o genitori. Stop. Mai attori e registi delle tante compagnie teatrali viterbesi le quali ormai, per lo più, bramano solo spartirsi il tesoretto che metterà a disposizione (come contentino… ma, contenti voi contenti tutti!) il prossimo assessore alla cultura: rubando l’idea di “stati generali” delle suddette associazioni, proposto 15 mesi fa, in assemblea al cinema Trento, al nascente comitato Cinema Trieste Aperto (a proposito c’è ancora!?...quale e quanta kultura ha fatto in un anno?!...sono poi riusciti a stendere i loro indispensabili quanto imprescindibili punti programmatici o sono affogati nel mare di parole e “pippe mentali” che alimentavano con riunioni dallo stantìo odore veterocomunista!?...). Nei tanti allestimenti che ho fatto nell’ultimo anno con la Teatro di Carta (in città o fuori città, compresi quelli interni alla mostra del nostro ventennale, presentata a maggio grazie a “Viterbo con amore”) e in tutti gli spettacoli visti in un anno, da quando vi parlo a voce alta, con simpatia… da quando il Funerale della Cultura sembrava smuovere le coscienze culturali ammuffite dei viterbesi (solo io non ci ho mai creduto, ‘cause I know my chickens!) …beh non ho mai visto o incontrato attori e registi di altre compagnie teatrali, né dell’intellettualissimo quanto impegnato comitato Cinema Trieste Aperto, né tantomeno personalità della Cultura che dovrebbero curare la cosa pubblica, ovvero che fanno politica nella nostra città.
Così mi chiedo: quale coscienza e conoscenza hanno costoro del territorio che devono amministrare? E stiamo parlando di Cultura: ovvero di ciò che nutre l’animo, qualifica i rapporti personali, crea movimento economico, anche. Mica pizza e fichi, sagra della ciambella o dell’acqua cotta!!! Data per buona la competenza (per esempio non mettendo all’assessorato alla Cultura un geometra o un usciere… come neppure un preparatissimo teoricamente quanto praticamente inesperto professore universitario…) è pur indispensabile stare “sul campo”, come si dice. E se oggi il suddetto “campo” rischia di diventare “terra secca”, forse un motivo c’è: magari per la disattenzione e disaffezione dei vertici che amministrano il settore nella nostra città, da troppi anni… nonostante gli sforzi dei volenterosi “zappatori” che inutilmente concimano con fatica e a proprie spese la difficile “Zolla viterbese”. Per amore: solo per amore. E non si ritenga escluso dalla mia critica il “dirigente passacarte di turno” che ha il potere di dir sì o no per prendere il Teatro dell’Unione (più no che sì, in realtà, soprattutto se non sei più che ben presentato!) …che non è mai presente a un evento culturale pur elargendo contributi a compagnie e/o associazioni come fosse la dea bendata (…magari lo fosse: in realtà ci vede benissimo!). Anche perché l’entourage dell’assessore alla Cultura dovrebbe saper galoppare qua e là: per poter suggerire questo o quello. E in effetti è ciò che normalmente fa: ma non nel senso che dico io.
Solo così si potrebbero avere proposte interessanti al posto delle sterili e scontate rassegne teatrali offerte negli ultimi anni alla città: poiché solo la vera e profonda conoscenza del settore potrebbe anche in parte risolvere il rapporto qualità/costi di gestione di una stagione. Perché poi non pensare (a proposito di costi) a eliminare qualche inutile spettacolo per vecchie signore impellicciate a favore di uno stage per giovani e giovanissimi? La radicata moda, molto viterbese, di sfoggiare a teatro abiti e luoghi comuni non vale certo gli stimoli culturali offerti a ragazzi che sono il nostro futuro!
Tutto questo alimenta il divario tra FARE e amministrare la cultura. E sono ben orgogliosa di essere tra coloro che con la tenacia di un somaro e la parsimonia di una formica ne FA, in silenzio e senza essere foraggiata. Anche perché i giovani che frequento hanno bisogno di esempi di qualità, in una città/e una società che uccide sogni, desideri, speranze. Fermo restando che quella che si amministra a Viterbo non è cultura ma poco più che affari privati con distribuzione di “poche briciole a tutti, almeno stanno zitti” … ignorando la meritocrazia e la qualità.
E se qualche idea di quelle che una semplice cittadina come me vi espone vi piacerà prendetene: prendetene pure, ma non per riempirvi la bocca, piuttosto per mettere in pratica qualcosa di veramente utile per la città. Per questo (oggi, dopo le votazioni) voglio esternare il mio pensiero: quello che amaramente è maturato nelle ultime settimane. Non essere stati capaci di vedere e amministrare la vera CULTURA che freme con mille spasmi a Viterbo, è stata la più ottusa manifestazione della incapacità dei viterbesi di vedere oltre se stessi.
Viterbo ha ciò che si merita, se non è stata capace di un cambiamento radicale ai vertici, se ha scelto chi ha scelto, se non ha votato chi poteva votare. E qui si parla di decenni e decenni, non solo di attualità. Quello che si vive oggi è solo la conseguenza di anni e anni di malgoverno locale. Così radicato nel sostegno dato da fallimentari scelte elettorali e amministrative da non vedere all’orizzonte ombra di cambiamento (…neanche con slogan più o meno efficaci: che sono solo specchietti per allodole! Dio mio, quanti soldi buttati in volantini da campagna elettorale: chissà quanti allestimenti teatrali/ concerti/ rassegne cinematografiche ci si potevano fare!!!).
E in fondo, se la città non si interessa di cultura perché le dovrebbe essere offerta cultura!? E se la città ostenta con le sue scelte il suo essere “viterbicola” (“viterbese” avrebbe una connotazione già troppo alta e ben definita rispetto alla realtà sociale e culturale del capoluogo) è anche colpa di chi ha permesso la sua disaffezione culturale: ed ora ci fa pure la scarpetta… Un cane che si morde la coda, insomma.
Penso allora che forse, se al ballottaggio ci fosse andata la sinistra, qualcosa almeno sarebbe cambiato… Poi la cerco, la sinistra: inesistente a Viterbo quanto fantomatica in Italia, oggi più di sempre. E sono orgogliosa di non averne mai fatto parte ufficialmente, con tessere pagate o con contributi ricevuti.
Come viterbese non mi resta dunque che accettare ciò che mi spetta. O non essere più viterbese. Perché se è vero che ognuno ha ciò che si merita, io non credo di essermi meritata ciò che ai più spetterà. Da domani.
“Sono diverso e certamente solo. Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune ma neanche la retorica del pazzo (...) Di quelli che diranno che sono un qualunquista, non me ne frega niente. Non sono più compagno, né femministaiolo militante. Mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate (…) Sono diverso perché quando è merda, è merda: non ha importanza la specificazione.” (Giorgio Gaber, 1978)