

Riceviamo e pubblichiamo
È passato un anno senza alcuna decisione in merito all'archiviazione. Attilio Manca è ancora là. Sospeso tra giustizia e verità. Terra di nessuno. Solo il ricordo e la battaglia dei suoi genitori, amici e parenti e uomini di buona volontà che da oltre sette anni chiedono di sapere.
Chiedono che si rivedano le carte e si faccia finalmente un processo. È stato un suicidio oppure l'urologo 35enne del Belcolle trovato morto a Viterbo il 12 febbraio del 2004 è stato ucciso dalla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto perché non doveva rivelare alcuni segreti riguardanti la latitanza del boss Bernardo Provenzano.
Le indagini sono state approfondite oppure evidenziano lacune? È stato tralasciato qualcosa di importante? È stato o no commesso qualche errore? Domande che dovrebbero quotidianamente tormentare le nostre coscienze. Non solo perché siamo a Viterbo e di Viterbo, la città dove Attilio è morto, ma perché siamo cittadini di uno Stato democratico che si fonda su precisi valori e leggi che li rendono carne viva.
Domande che dovrebbero spingerci a chiedere e sapere la verità. Tutta la verità e nient'altro che la verità. Quella che soltanto la magistratura un tribunale della Repubblica italiana può consegnare alla storia affinché questa faccia il suo corso. E Attilio Manca possa veramente riposare in pace. Così come, ognuno di noi, sentirsi in pace con la propria coscienza. Una verità che va anche pretesa.
Ed è un appello che rivolgiamo alle donne e agli uomini delle istituzioni, alle colleghe e ai colleghi della stampa, al mondo delle associazioni, delle organizzazioni professionali e sindacali e ai partiti. A tutti i cittadini. A chiunque abbia la voglia e il coraggio di chiedere a gran voce verità e giustizia. Verità e giustizia per Attilio Manca.
Daniele Camilli, giornalista