

Michele Di Mario, l'imprenditore della Lte (nota società di impiantistica) che, dal 10 luglio, è in stato di restrizione - prima in carcere, poi agli arresti domiciliari - per l’inchiesta sulle tangenti versate, in relazione all’appalto per la manutenzione dell’impianto di cablatura della Asl di Viterbo, a Ferdinando Selvagginim, all’epoca responsabile del Ced dell’azienda stessa, resta ancora bloccato a casa propria. Il giudice per le indagini preliminari, Gaetano Mautone, non ha infatti accolto l’istanza di revoca degli arresti domiciliari o, in subordine, di applicazione della misura cautelare dell’obbligo di dimora. Obbligo cui, da parte dei pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Laura Centofanti, era arrivato l’ok. Il difensore di Di Mario, l’avvocato Giuseppe La Bella, è però soddisfatto: “Perchè - dice - si è finalmente aperto un dialogo con i pm”. Le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo del Comando provinciale, ora, promettono sorprese.