

VITERBO – Come quelle di tutta Europa, anche la comunità ebraica di Viterbo conobbe gli orrori della deportazione e dei lager. Composta soprattutto da commercianti che avevano le loro attività in via Saffi, la comunità viterbese di religione ebraica era perfettamente inserita nel tessuto cittadino.
Quando il 23 dicembre 1943 i nazisti eseguirono una retata in città, quasi tutti erano già fuggiti a Roma. Solo in tre furono arrestati e rinchiusi nel carcere di Santa Maria in Gradi, in quanto nella Tuscia non c'era un campo di concentramento riservato loro. Tutti, però, subirono la confisca dei beni.
Il 3 febbraio 1944, gli ebrei detenuti a Viterbo erano complessivamente 26, rastrellati in vari centri della provincia. Il mese successivo, almeno 11 furono deportati dapprima a Fassoli (Emilia), poi in Germania e infine in Polonia. Insieme con loro c'erano anche i tre viterbesi catturati durante il rastrellamento del 23 dicembre precedente. Erano Emanuele Anticoli, 60 anni, Angelo Di Porto, 35 anni, e la moglie Letizia Anticoli, 30 anni. La coppia abitava in via della Verità 19. Di loro, come di quelli sfuggiti alla retata delle SS e dei ''repubblichini'' non si saprà più nulla.
Oggi, la comunità ebraica di Viterbo, che fu molto fiorente nel Medioevo e nel Rinascimento, tanto che all'interno della cinta muraria erano state edificate due sinagoghe, è pressoché scomparsa, tanto che c’è una solo persona, una donna, residente in città iscritta all’anagrafe del Centro di documentazione ebraica di Roma.
La riscoperta della shoah viterbese si deve al direttore dell’Archivio di Stato Augusto Goletti che, alcuni anni fa, ha pubblicato sulla rivista “Biblioteca e Società” , edita dal Consorzio delle Biblioteche della provincia di Viterbo, un studio in cui riporta molti documenti prima sconosciuti sul dramma dei viterbesi di religione ebraica.
PER NON DIMENTICARE
ViterboOggi.ti pubblica alcune delle immagini più sconvolgenti che documentano l’immane tragedia della shoah.