

di Arsenico Lupin
VITERBO – Un carro armato fermo è un carro armato morto. E’ una teoria militare che sembra calzare a pennello per Filippo Rossi. Il quale si muove, tanto e senza andare troppo per il sottile, da un polo all’altro del panorama politico.
Tralasciando le simpatie giovanili, nel giro di qualche anno Rossi è ora approdato a Renzi, passando da Fini prima a Monti poi.
La svolta renziana l’ha annunciata alla Leopoldina viterbese domenica mattina e ieri l’ha ribadita dal suo profilo di facebook: ‘’Deciso. Vado a votare alle primarie del Pd. E voto Renzi. Non è questione di antipatia o simpatia. Non è questione di appartenenza, questione che all'Italia serve una scossa riformista’’.
Ecco, ben detto, non è questione di appartenenza. Rossi non appartiene a nessuno. Soprattutto non appartiene a quei compagni di viaggio che di volta in volta si sono convinti di stare su un treno con destinazione chiara e condivisa, salvo poi scoprire che il macchinista si ferma e riparte a suo piacimento.
Scandalizzati? Neanche per sogno. Del resto la politica non è l’arte del ‘’cadere in piedi’’? E allora bravo Rossi.
Ma cosa ne penserà Francesco Serra che, dopo aver perso con lui la battaglia per la presidenza del Consiglio comunale, ora se lo ritrova in organico tra i renziani? Per giunta proprio nel momento in cui il ‘’totem’’di Renzi offre intere praterie di movimento, cosa di cui, come detto, Rossi è uno specialista?
Ma poi, a ben guardare, nulla di nuovo sopra e sotto il cielo: se hanno fatto il loro endorsement per Renzi gente come Franceschini, Fassino, Bassolino e perfino Alfonso Signorini, perché stupisce che lo faccia anche Filippo Rossi?