ANNO 27 n° 279
Per Santa Rosa: adelante!
Lettere - Arcangelo Corinti nel dibattito se 'esportare' o no la Macchina
12/08/2012 - 04:00

di Arcangelo Corinti

 

VITERBO - Sono diversi giorni che sulla stampa locale si susseguono esortazioni alla cosiddetta “esternalizzazione” del trasporto della macchina di Santa Rosa.

Dapprima ci ha pensato Monsignor Del Ciuco che, dopo lunghe ricerche, è riuscito a trovare nella vicina Spagna un gruppo di fedeli della santa viterbese: e, per alimentare ancor più questa Fede, don Salvatore crede si debba replicare il trasporto della nostra Macchina per le ipotetiche viuzze, scelte naturalmente ad hoc,in una ipotetica cittadina iberica.

In seconda battuta lo ha sostenuto il Capofacchino Rossi, il quale si dichiara possibilista all’idea del Monsignore, sottolineando che i facchini sono sempre pronti, in ogni momento e in ogni luogo si volesse organizzare il “Trasporto”.

Per ultimo, almeno fino ad ora, il Dott. Marco Ricchi che, raccontando del suo viaggio in Colombia durante il quale si è imbattuto in una cittadina dal nome Santa Rosa, ritiene una cosa veramente straordinaria l’idea di “esternalizzare” il trasporto della nostra Macchina.

Da cittadino viterbese mi chiedo come si possa immaginare il trasporto della Macchina di Santa Rosa fuori della nostra Città.

Avete mai sentito un senese della Chiocciola desiderare di veder cavalcare il proprio fantino nella piazza principale di Parma?.. oppure un cittadino di Gubbio auspicare di poter vedere un giorno i “suoi” Ceri lottare lungo le salite di Assisi o per le vie di Avignone o New York?

Credo di poter rispondere per tutti: no!

Noi viterbesi, però, sembra proprio che non amiamo supportare fino in fondo le nostre tradizioni se permettiamo che idee come quelle lette negli ultimi giorni, sulla carta stampata locale, passino senza sollevare alcuna opposizione. Forse perché oltre al “Sollevate e ferme….” le ignoriamo!?

Eppure nella Storia o nella Leggenda, con la Chiesa o contro la Chiesa, tutto ciò che gira intorno a Santa Rosa fa parte della nostra Tradizione, ben avvolta, protetta e mantenuta dalle nostre Mura. Fino ad oggi.

Monsignor Del Ciuco, forse per distrazione, omette di ricordare ai più che la Chiesa già da diversi secoli ha deciso di scindere del tutto l’aspetto religioso (riconducibile alla processione dietro il Cuore della Santa) dal trasporto della Macchina (festa perlopiù di intento folkloristico!).

Per cui, se proprio volessimo aiutare i devoti iberici nel loro desiderio di compartecipazione al culto, dovremmo “esternalizzare” non il trasporto della Macchina, ma la processione del 2 settembre: comprensiva, perché no, oltre che del Cuore, anche dei “figuranti storici”. O, semplicemente, credo che sarebbe più bello se trovassimo il modo di invitare (al clero viterbese non mancano certo i canali per raggiungere lo scopo) e ospitare i fedeli di tutto il mondo che volessero partecipare a questo spettacolo, unico nel suo genere, che ogni anno questa città ci dona.

Vado a vedere la Macchina da sempre e sempre ho voluto stare tra la gente e, credetemi, ne arriva da ogni parte d’Italia e del mondo! Mi ritrovo spesso a fare da “guida” e raccontare con orgoglio la storia, che conosco, di questa città e della sua Santa…. fino al momento in cui, con l’arrivo dei facchini e poi il passaggio della Macchina, si rendono conto da soli di quale inimmaginabile e irriproducibile emozione stanno vivendo: perché sono a Viterbo, in mezzo ai Viterbesi.

Gli stessi facchini, che per un giorno sono indiscussi re della nostra Viterbo, sono anche l’espressione della devozione laica di una città, il viatico verso il mistico, il divino rappresentato in questo caso da Santa Rosa: santa per acclamazione di popolo ed ogni anno rinnovata santa da quegli stessi viterbesi che si stringono a lei e ai suoi facchini (perdonate se non li chiamo Cavalieri, ma Facchino è l’espressione che amo di più).

Dunque chiedo ai Facchini, lo chiedo soprattutto al Capofacchino Sandro Rossi, di chiudere gli occhi per un attimo e immaginare di essere arrivati in una ipotetica “Los gringos dos sol”: tutto pronto per quell’ipotizzato trasporto della Macchina di Santa Rosa “fuori porta”. E pensate davvero, voi, di poter provare la stessa emozione creata da quella energia, che viterbesi giovani, vecchi, bambini, parenti e non, assiepati in ogni dove sulle fontane, negli imbotti dei negozi, dalle finestre, sui tetti e nelle piazze vi danno… mentre vi sostengono, vi invidiano, vi abbracciano, vi toccano con le mani e vi spingono con i loro cuori per sostenervi fino su alla salita… fino all’ultimo, come solo una Città sa fare con i propri “figli”?

Se pensate di riuscirci vorrà dire che la mia Viterbo è davvero cambiata. Le nostre mura non trasuderanno più la nostra tanta storia, non ci saranno più pellegrini da ospitare ai quali raccontare la profondità delle nostre radici, nell’attesa unica del Trasporto nella notte del 3 settembre. Non ci sarà più la comunione di raccontare “noi a loro”, chi siamo e da dove veniamo. Non saremo più il punto di attrazione per la gente di tutto il mondo che vorrà condividere con noi (e noi ne saremo sempre felici!) una nostra tradizione che avremo coltivato per secoli con l’amore e la devozione che gli spetta.

Ma saremo noi che, a richiesta, partiremo con il nostro “gran spettacolo” da portare in giro per il mondo in una sorta di Formula 1 e magari al grido di “Santa Rosa: Adelante!”. No. Quella di Santa Rosa non è una macchina di Formula 1, è un’altra Macchina, la cui Formula è racchiusa solo nella Storia di Viterbo e nel percorso che attraversa il 3 settembre.

Forse stiamo prendendo il passo della globalizzazione anche noi: di certo non nel modo migliore.

Non perché siamo gelosi, non perché siamo immaturi, dott. Rocchi. Ma forse, molto più semplicemente, perché siamo Viterbesi.




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