ANNO 27 n° 290
Per risolvere un problema serve
anche una ‘’benedizione’’
A cura di Michele Palazzetti – IPSE Istituto Psicologico Europeo
06/01/2013 - 04:00

clicca su MICHELE PALAZZETTI

 

 

VITERBO - Eravamo in fuga. Niente di eroico. L’irrequietezza dei 17 anni miei e dei 18 di un mio amico ci aveva portato a decidere solo all’ultimo di partecipare ad una festa di carnevale e poi a scapparne anzitempo. Ancor meno eroico era il mezzo su cui correvamo in cerca di niente: la 128 del padre del mio amico, fresco di patente. Musica a palla, buio, freddo, sigarette fumate nervosamente. Si aggiunse, non invitato, una bel lastrone di ghiaccio sulla Cimina. Proprio in curva.

Il piede inesperto del guidatore andò brusco sul pedale del freno. La macchina sbandò, prese di fianco un guard rail in pietra e si alzò in volo, atterrando sul tetto e gironzolando a trottola sul bordo della strada.

Mi ricordo poco di quei momenti. Due fari. Una faccia giovane. Un po’ di voci.

Quando cominciai ad essere più in me stesso ero alla Stazione dei Carabinieri e uno di loro passeggiava nervosamente su e giù.

Squillò il telefono su una scrivania. Il milite rispose. Riappese. Guardò il mio amico e sbottò duramente a voce alta: “Ma se po’ sape’ a che cazzo de velocità annavi?”. Voltandosi velocemente dalla mia, aggiunse: “Mi scusi, Reverendo, ma quanno ce vo’, ce vo’”.

Mentre il Carabiniere disponeva la rimozione del veicolo, evidentemente distrutto, presi atto di alcuni fatti:

- Io ero seduto su una poltroncina

- Il mio amico era in piedi

- Il milite usava un tono parecchio brusco con il mio amico

- A me si rivolgeva in modo ossequioso e quasi a bassa voce

- Il mio amico aveva indosso jeans, scarpe da tennis, maglione; esibiva guance non rasate e un incredibile poncho a frange, con una fantasia che neppure un fan degli Inti Illimani avrebbe mai indossato

- Io avevo un cappotto grigio chiaro e portavo una barba folta, tanto per dare a quella la colpa del fracco di anni che mi si attribuiva abitualmente.

- E poi il fatto principale e conclusivo, da sotto il mio cappotto grigio spuntava un abito nero di foggia inequivocabile: una tonaca. Con tanto di collarino bianco rigido.

Era squallidamente vero. Quelle erano le soluzioni che all’ultimo istante eravamo riusciti a procurarci per la festa in maschera.

Continuai a tacere. La testa mi girava e prese a girarmi parecchio di più ancora.

Il mio amico fu mandato sul luogo dell’incidente, per assistere alle esequie della 128. A me fu annunciata una volante; destinazione, la parrocchia. Mi chiesero quale. A fil di voce dichiarai quella del mio quartiere. Mi portarono in silenzio, a bassa velocità.

Scesi e mi avviai al portone. Era in cima a tre gradini in peperino. Li salii come fossero il Calvario. Dietro di me, la macchina aspettava rispettosa a motore acceso. Due fari sulla strada e quattro occhi su di me. Sbirciai un istante alla volta di quei berretti rigidi. Non ero ancora lucido, ma capivo bene non fosse quello il momento migliore per chiarire l’equivoco. Nell’aria c’era freddo, umidità e uno scarsissimo tasso d’umorismo. Avevo una mano sulla maniglia del portone e un piede lo sentivo già sul baratro.

Allora mi girai, lentamente, verso i Carabinieri. E con la destra, impartii la mia benedizione. Salutarono alla visiera e se ne andarono.

Arrivai a casa dei miei a piedi. Nelle tasche dei pantaloni, sotto la tonaca e sotto il cappotto, avevo frammenti del cristallo della 128. E una convinzione: la mia non era stata faccia tosta; ma abilità nel problem solving. Me la raccontai così e mi assolsi.

Oggi, che da coach quell’abilità la educo negli altri, spero mi assolvano anche quei militi, che mi scortarono gentili e fiduciosi.

Michele Palazzetti

Responsabile Coaching e Formazione

IPSE Istituto Psicologico Europeo

ipseroma@gmail.com

Tel. 06.81.17.00.34

 




Facebook Twitter Rss