ANNO 27 n° 281
Ognuno ha ciò che si merita
Riflessioni di Elda Martinelli. Con simpatia...
09/06/2013 - 08:19

di Elda Martinelli

VITERBO - In realtà avrei voluto parlar solo di teatro ( Cut, Il chiodo d’oro, Faul, SpazioTre): ma l’ennesima dolorosa analisi della cultura e della politica viterbese mi ha portato alla conclusione che vi offro come titolo.

Sarò più lineare. La mia no stop teatrale (e non solo) è iniziata sabato pomeriggio, 1° giugno. Auditorium di Santa Maria in Gradi, ore 18 (circa: perché una “tecnica” dell’ultimo momento far attendere fuori il pubblico oltre l’orario di presentazione previsto... per fortuna non piove) per lo spettacolo presentato dal Centro Universitario Teatrale CUT La Torre: “Risvegli di primavera” del tedesco Frank Wedeking, opera di fine ‘800, carica di tutte quella “Kindertragodie”, quella tragedia che i ragazzi sentono bruciare sulla pelle e nell’anima all’affacciarsi nella loro vita di adulti. Ce n’è per tutti: sesso e aborto, suicidio e morale, morte e aldilà, omosessualità e senso del pudore, censura e sadismo, educazione e dio. Dio. Bellissimo allestimento curato con precisione e profondità come molte compagnie di professionisti non avrebbero saputo fare: con le possibilità che probabilmente nessuna compagnia amatoriale potrebbe avere. Incisiva la scelta del regista Rolando Macrì e del suo ampio intellettualissimo entourage di rendere il dramma attraverso la fisicità dei corpi, sottolineando un narrato che perde spazio e tempo grazie alle pervasive musiche originali eseguite dal vivo ed alla scelta di scene e costumi (neri su fondale nero) che evidenziano un continuo divenire in un inafferrabile essere, con il loro essere costumi ed elementi scenici a un tempo. Bravi tutti gli attori, professionisti o aspiranti tali. E non. Tutto bene, nulla da dire. O quasi. Nel senso che le foto allegate non sono quelle dello spettacolo del CUT, ma quelle di “Iamdudum: ovvero chicche e filastrocche”, spettacolo della sottoscritta e di quel Michele Palazzetti che oggidì propone SPRITZ di dialogo/psicologia nei teatri, anche viterbesi (se tale si può intendere il teatro tenda che la nostra città metteva a disposizione). Un testo ed una regia audaci per il pubblico viterbese che venne al Teatro Unione il 9 ottobre 1982.

Foto n°1 - corpi animati da un ordine “gestaltico” di figure (come dice Rolando Macrì: si potrebbe fare un pieghevole comprensibile anche per il popolino, la prossima volta? O facciamo sempre le cose tra noi intellettuali di pseudo sinistra?! Perché un termine come gestaltico!?) …ovvero “il tutto è più della somma delle singole parti” o più semplicemente “il corpo e le sue parti non sono solo quello che sembrano bensì la correlazione di ciò che appaiono anche nei loro nessi, espressione del nostro simbolismo innato”!

Foto n° 2 – sesso, erotismo, autoerotismo (per intenderci, la scena interpretata nel “Risvegli di primavera”da Benedetto Sacco, già Teatro di Carta, n.d.r.) sono il tentativo non sempre riuscito di seduzione ed affermazione del sé: in bianco e nero una giovane Elda Martinelli nel tentativo di una più che esplicita, anche autoerotica, seduzione di Carlo Ettorre, con cimiero…e “interiore corazza respingente i sensi”!

Foto n°3 – sadismo e sfrontatezza, per nascondere ciò che di sé non si ama: sempre in bianco e nero la perversa e pervertita figura di pedofilo, dolce seduttore, interpretata da un giovanissimo Alfonso Antoniozzi. Trenta anni fa un testo così (originale, tra l’altro...) con una regia così (fotocopia della regia di Macrì: non che l’abbia copiata… credo fosse appena nato e non qui a Viterbo!) era detta “avanguardia”. Piaceva a pochi, era criticata da molti, sperimentata dai più. Oggi, pur davanti a tanta cura e riuscita dell’allestimento, mi chiedo semplicemente: perché? L’ennesimo esercizio di stile? Bello, ma un pochino in ritardo. Bello senza anima. Così tanto bello da non esserlo, in fondo.

E comunque, in sala e dintorni, come sempre, non una traccia di addetti alla Cultura. Solo tracce di sporadici pittoreschi sostenitori della Kultura. Peccato. Un ultimo appunto: vorrei ricordare al Cut che sul pieghevole si attribuisce il merito di “aver visto passare centinaia di studenti, contaminando di cultura teatrale una città dalla quale il teatro era quasi scomparso” che se oltre a coltivare il proprio esclusivo orticello (vieppiù ben concimato da sovvenzioni, concessioni, uso gratuito di spazio prove e teatrale ecc.) avesse girato gli occhi su quello che la città vera ha faticosamente prodotto negli ultimi trent’anni e più, soprattutto o esclusivamente autofinanziandosi, coltivando la cultura di migliaia di giovani (educati alla collaborazione e alla conoscenza… e che oggi sono tra i pochi partecipanti non professionisti ai loro spettacoli) avrebbe la felice possibilità di crescere veramente, anziché guardare la città dall’alto della sua torre eburnea.

Sempre sabato 1° giugno, ore 21: cinema Teatro Trento. La “Compagnia il Chiodo d’oro” presenta “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo & Greg. Premetto che a me Lillo & Greg non piacciono: parlo senza la presunzione del critico teatrale ma come semplice “fruitrice”. Come uno del pubblico. Sempre: ogni volta che vi racconto le impressioni delle mie incursioni in sale teatrali varie. Ebbene, devo dire che il gruppo di giovanissimi e talentuosi attori, capitanati e diretti da Valerio Curione, mi ha convinto, riconciliandomi (temporaneamente) con i testi surreali quanto ripetitivi e dalla battuta scontata dei due attori/autori romani.

A dirla tutta, poi, questo testo non è altro che una libera ricostruzione italianizzata del celeberrimo “Rumori fuori scena”. Ma la regia era semplice quanto impeccabile: il risultato davvero buono. Sala piena e risate a caduta: cosa non facile, perché i teatranti sanno bene che a far piangere sian buoni tutti… ma far ridere è dote solo dei più bravi.

Convincenti tutti i giovanissimi attori e attrici. Un lavoro che definirei semplicemente pulito: onesto e ben fatto. E non li elogio con “cuore di mamma”, visto che i più sono un gruppo di ormai adulti ragazzi nati nella Teatro di Carta (da vent’anni sul territorio come viatico culturale e umano di giovani appassionati del teatro, sostenitrice delle collaborazioni e di chi spicca il volo!): li elogio perché nella debole tessitura drammaturgica passa comunque il non semplice gioco del doppio ruolo previsto nei personaggi, i quali sono attori con loro storie personali fuori scena ma che, in un gioco di spettacolo nello spettacolo, interpretano dei personaggi; di fatto, dunque, tutti i ragazzi in scena e il loro bravo regista si sono dovuti destreggiare in un doppio ruolo ciascuno. All’uscita qualcuno chiede quando e dove si replica, per tornare con gli amici: e questo paga più di tutto il gran lavoro svolto (da soli e auto producendosi) da questi giovanissimi artisti.

Mercoledì 5 giugno, ore 21: di nuovo Auditorium Santa Maria in Gradi, dove la Compagnia teatrale FAUL presenta “Dialoghi d’amore: Lisistrata, Maria, Beatrice e le altre” un gradevolissimo collage delle più belle scene d’amore nel teatro, con donne protagoniste. Bellissima la scaletta e la regia di Pina Luongo: generi diversi e diverse psicologie di donne, tutte credibili e interessanti, tutte ben interpretate. Fra tante ricordo Lisistrata, interpretata da Maria Teresa Russo, solo lo scorso anno debuttante in un modesto ruolo ed ora in scena come se non fosse un fisico radiologo, di professione, ma una navigatissima attrice: bravissima a tener la scena in un ruolo che altre ben più esperte hanno evitato nella loro lunga carriera. Emozionante e struggente la stessa Pina Luongo nel ruolo di Maria, sotto la croce: ruolo che fu di Franca Rame (è una scena tratta da “Mistero buffo”) e che è stato trascritto da dialetto umbro del XIII secolo in napoletano. Bravissime le quattro interpreti del “Tango del sole a scacchi” (dal musical “Chicago”): una coreografia che è in realtà la storia ballata/cantata di quattro amori violenti finiti in omicidi, fra tradimenti e gelosie. E ancora “chicche” come il duetto buffo dei gatti di Gioacchino Rossini, cantato benissimo… e in chiusura “L’ammore che d’è” un piccolo cameo di Eduardo de Filippo. Perché, si sa, questo “ramo” della storica compagnia FAUL, attinge a piene mani dalle sue radici partenopee e dai grandi autori che Napoli ci ha regalato in passato. Che dire! Si esce da questo semplice spettacolo appagati dalla cura messa in ogni particolare, con buon gusto e maestria, dalla regista e dalla compagnia tutta: nulla di pretestuoso ma veramente curato con amore e attenzione. Belli i costumi, provocatoria quanto geniale la “scenografia” di Moreno Lucarini, in realtà il sogno di ogni compagnia amatoriale: fondamentalmente, oltre a una serie di piccoli accessori, una scala a libretto (che abbatte costi di allestimento e trasporti) sapientemente usata nelle diverse scene proposte. Come sempre, uscendo, respiri il loro gran divertimento a fare (bene) ancora dopo tanti anni il gioco del teatro! Una marcia in più che è bene non perdere mai, se ami il pubblico, e non te stesso.

Venerdì 7 giugno, cortile interno di palazzo Brugiotti : ore 17.30 l’associazione SpazioTre presenta “Aminta” di Torquato Tasso. Ne ho già visto il debutto, un anno fa, nella bellissima tenuta de La Trinità, a Capranica: luogo ideale e naturale, l’autore ne sarebbe stato orgoglioso: così credo anche della azzardata quanto pertinente regia costruita da Carlo Ettorre (un po’ alla Baz Luhrmann: sgargianti abiti contemporanei, occhiali da sole, computer e sdraio, barbeque ai margini della scena campestre, interventi di percussioni e danze africane, arrivo in scena del messaggero sullo scuterone con cellulare per comunicare le notizie del finale…). Il tutto senza toccare una virgola del testo originale, recitato con il fraseggio anche metrico dell’epoca e le originali parole pensate dal Tasso. Stupendo. Così pure la versione snellita presentata a Viterbo: via le danze, nuovo tappeto musicale con contrabasso, sax e voci; stessa e forse ancor più grande magia. Offerta dagli stessi eccezionali interpreti. Peccato ci fossero solo venti persone nel delizioso spazio scenico nascosto tra mura e palazzi storici della nostra città. Proprio così: perché a Viterbo si chiede cultura ma la si fugge come la peste, preferendo le comode pantofole e la tv, rivelando la nostra umana pochezza. Fiduciosa, però, io vi invito a non perderne la replica nel prestigioso scenario dei giardini di Palazzo Farnese, a Caprarola, domenica 7 luglio (ore 17.30, nelle splendida ora del meriggio estivo…) per l’apertura del 6° festival “Di voci e di suoni”…per godere fino in fondo di questa favola boschereccia di Torquato Tasso, metà commedia, metà tragedia. In un allestimento indimenticabile.

Ebbene, in nessuno di questi appuntamenti (come quasi mai in nessun altro di quelli da me frequentati e a volte commentati con voi, a voce alta…) ho visto una qualche figura dell’intellighenzia viterbese né ancor meno di coloro deputati ad amministrare la cultura, a Viterbo, nel passato o magari in futuro. E qui la mia analisi del come e del perché si ferma, poiché siamo ad urne aperte: però un pensiero mi passa per la mente e mi sfugge il titolo che ho scelto per la prima parte di questa lunga riflessione. Che continuerà (…oh, se continuerà!) E se vorrete, potrete leggere le mie riflessioni a voce alta, con simpatia, nella seconda parte di questo articolato articolo. Nei prossimi giorni.




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