ANNO 27 n° 283
Marco e Roberto Dormino dall'inferno di Haiti a Viterbo

VITERBO - Marco e Roberto Dormino sono tornati a Viterbo. Nonostante il sisma che lo scorso 12 gennaio ha scosso la terra di Haiti, i due avevano deciso di rimanere nella  capitale Porte au Prince, ma per motivi di stress psicologico, a un mese dalla terribile scossa, Roberto, 61 anni, capo della logistica della missione Onu Minustah e Marco, 34 anni, fotoreporter per la stessa missione di peacekeeping, sono stati obbligati a tornare in Italia.

Ancora prima del terremoto la vita nell'isola non era facile. Haiti è una delle terre più povere al mondo, ma i Dormino in questi anni  hanno "imparato" a  convivere in questa situazione, con le guerriglie e la fame, il lavoro di Marco d’altronde, è sempre stato documentare la vita di una popolazione messa in ginocchio dalla povertà, una terra con un tasso di mortalità talmente alto da non riuscire ad avere ne un vero e proprio cimitero, ne ad avere un numero di bare necessario a dare degna sepoltura ai morti senza nome e quelle che si utilizzano, di cartone, si devono allo straordinario lavoro degli orfani di padre Rick Frechette, un prete di Chicago che si occupa della riabilitazione dei ragazzi di strada.


Dal sito internet www.minustah.org è possibile osservare le migliaia di foto che Marco ha scattato in questo ultimo mese, palazzi distrutti, macerie, morte e dolore, ma anche quello che per quanto possa essere possibile, i superstiti e gli aiuti esteri stanno cercando di rimettere in sesto.

In una nota sul social network facebook, Marco ha raccontato gli attimi di paura di quella lunga giornata. “L'inizio e' il rumore degli oggetti che tremano. Prima leggero, poi immediatamente intenso, pauroso. Ci guardiamo negli occhi, ci alziamo e
cominciamo a correre nel frastuono ora assordante. Non ricordo altro di quei primi secondi. Solo che sto correndo, che difficilmente riesco a mantenere l'equilibrio, che ci sono altre persone con me che gridano.

Grido anch'io, forse. Grido sicuramente ad un collega che invece di correre striscia lungo il pavimento verso la porta. Non riesco a scavalcarlo – continua Dormino - e' come se mi spingessero da e in tutte le direzioni, ho paura di corrergli sopra. Alla fine lo scavalco, sono fuori. Tutto questo e' un tempo di pochi secondi, meno di dieci. Cio' che e' piu' vivido e' il rumore che cresce assordante e l'instabilita' totale dei movimenti. Ora sono fuori, di fronte a me una coltre di polvere avvolge e nasconde un'assenza, un vuoto che non c'era.

Continuo a correre con gli altri, in discesa l'uno vicino all'altro, mi da' sicurezza. La seconda scossa ci sorprende nel piazzale del parcheggio. Intensa anch'essa, e' piu' paurosa, anche se siamo all'aperto, forse proprio per questo. Perche' non c'e' l'istinto animale di uscire – prosegue Marco - perche' non c'e' il rumore dei tavoli che si muovono e delle cose che si frantumano a terra. Piu' spaventosa perche' sento nettamente la terra saltare, l'asfalto creparsi sotto i miei piedi, la possenza grandiosa di qualcosa che ti toglie il senso di essere in controllo, l'equilibrio. Abbraccio un amico. Insieme guardiamo verso la polvere alla ricerca di una sagoma conosciuta che non c'e'.


Il palazzo di sei piani dove poco prima mi trovavo non c'e' piu'. Nello stesso istante realizzo tutto. Qualcosa sale lentamente e colpisce la mia attenzione. Un attimo di lucidita'. Ho paura. Dai quartieri circostanti si alza un grido forte e stonato. Migliaia di persone gridano e piangono con un'unica voce. Intere strade gridano la loro paura e il loro terrore. Capisco che e' stato il terremoto. In quella notte senza fine, per i giorni successivi fino quasi ad oggi, piu' di 20 giorni dopo, un disarmante senso di terrore mi ha accompagnato ad ogni minimo tremolio di un bicchiere, di un pavimento che vibra sotto i passi di qualcuno, di un muro che impercettibilmente si scuote alla chiusura di una porta. Sono vivo per una questione di minuti e di metri. Altri che conoscevo non ce l'hanno fatta per pochi centimetri e pochi secondi”.

Mentre Marco nell’ultimo mese a Port au Prince, con i suoi servizi fotografici, ha documentato la vita degli haitiani, Il padre Roberto ha preso a cuore un centro orfani della città. Si tratta di un orfanatrofio che grazie a 2 suore, accoglie circa 35 bambini. Durante la scossa la scuola, la chiesetta e la casa, hanno subito  ingenti danni, lesionando le strutture e rendendole inagibili.

Al momento i piccoli orfani vivono in una tendopoli e per questo motivo Roberto Dormino ha istituito un conto corrente per il recupero del centro. Causale: Orphelinat de l'enfant Jesus de Prague Intestatario: Roberto Dormino Banca: SOGEBANK, Route de Delmas, PAP, Haiti Numero conto: 161100-364-9 Swift: SOGHHTPP.

Secondo quanto raccontato dal fratello di Marco, Davide Dormino Orlandi, il lavoro dei due ad Hiati non è ancora finito. Dopo un breve periodo in Italia i Dormino partiranno nuovamente per Porte au Prince, dove il lavoro continuerà per i meno fortunati dell'isola.

di Alessandra Pinna




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