

di Elda Martinelli
VITERBO - Si è chiusa, in una domenica pomeriggio dagli odori finalmente ottobrini, la XXIX edizione del Mese Teatrale Sammartinese - Concorso Nazionale premio “Gino Calevi”, vinto da “La Cattiva Compagnia” di Lucca, con un testo originale sulla Shoah scritto e diretto da Giovanni Fedeli. Vorrei, come sempre faccio, condividere pubblicamente con gli amici della Compagnia Teatrale Sammartinere “Danilo Morucci”, impeccabili organizzatori della rassegna, meriti e demeriti: ad majora!
Non ho potuto vedere tutti gli spettacoli, anzi, a dirla tutta, ho potuto vedere solo i due fuori concorso, per una serie di sovrapposizioni di impegni: ma anche perché (e in questo tiro le orecchie al mio amico di sempre, il direttore artistico Mario Cutigni e a tutta l’organizzazione) non c’è stata traccia di comunicati stampa, su carta o su web, né tantomeno ombra di manifesti con il programma e gli orari del Concorso Teatrale, appena fuori il “Principato” di San Martino al Cimino. Così un paio di spettacoli li ho persi per aver avuto sbagliate informazioni di seconda mano e sono riuscita a vedere “Xanax”, venerdì scorso, solo perché avvertita da Alfonso (Antoniozzi) che ne aveva visto la generale. E se la pubblicità è l’anima del commercio… seppure commercio culturale, non mancate più, amici miei: oppure perpetuerete la terribile tradizione autoctona di portare (ciascuna Compagnia teatrale interessata sempre e solo a sé / mai agli altri…) solo il proprio pubblico, garantendosi così platea e plauso.
Lodi: trovo davvero buona la scelta di spostare in questo periodo la sempre ricca e variegata programmazione del Mese Teatrale Sammartinese, lontani dalla ridondante offerta estiva cittadina e non solo, dalla bagarre del Settembre Viterbese e senza sovrapposizioni con il Concorso nazionale FITA, appena partito in città. Non andare a pestare i piedi ad altri è segno di rispetto e di intelligenza.
Bella la scelta del posto… inaccettabile la altisonante definizione di “Sala Botticelli”: più di una persona in sala si è chiesta il perché. Il sito, al massimo, poteva aver attinenza con le “botti”, diceva qualche spiritoso credendo di far ridere, parlandone come di un vecchio magazzino, recentemente ristrutturato. In parte è anche così. Posso dirlo con cognizione di causa, perché il locale, prima di diventare proprietà Balletti, lo è stato per generazioni della mia famiglia, inizialmente come osteria (conservo alcune foto di inizio ‘900 con tavoli anche all’aperto e bisnonni al lavoro) poi come magazzino per la raccolta e la lavorazione delle castagne: ricordo l’inconfondibile odore che lasciavano… ma ricordo anche l’emozione di aver imparato là dentro, in una fresca penombra, a portare la bicicletta senza rotelle (mitica bici “Indiana” rossa…) e ancora ne ricordo la frescura quando vi si parcheggiava l’auto in agosto, di ritorno dal lago di Vico, prima di salire dalla nonna a mangiare fiori di zucca fritti! (A questo pensavo, cercando “un pensiero felice”… nella lunga e interminabile attesa dell’arrivo in sala e delle frivole chiacchiere del pubblico viterbese, venerdì sera: “O tempora! O mores!” diceva il buon Cicerone, non immaginando che, nel tempo, i cattivi costumi non sarebbero migliorati. Anzi.)
Per tutti, a San Martino, il locale è noto come il Cantinone: perché dunque chiamarlo “sala Botticelli”?! Mi è sembrato di sentire quella signora di paese che, per darsi un tono, entrata per la prima volta in un supermercato cittadino chiede “…una scatola di tondo!”, per darsi un tono: perché “tonno” le sembrava un termine misero e dialettale. Spero che la scelta del nome abbia un suo perché, che ignoro: io, felice delle mie tradizioni e origini (che poi sono anche quelle dei miei amici teatranti sammartinesi) avrei lasciato semplicemente una titolazione “Sala Teatro il Cantinone”. Quel che è, che è sempre stato e come sempre è stato conosciuto.
Irriconoscibile, nella sua ristrutturazione, abbisogna però, di qualcosa di un po’ più “teatrale”: se non un sipario, almeno di un palco (anche basso, ma ben costruito per evitare rumori di fondo…) e un parco luci ridotto e ben piazzato, senza cuocere gli attori…(anche amovibile) ma adatto alle caratteristiche della sala, che non nasce teatro.
Non ne ha particolarmente sofferto la bellissima scenografia di “Xanax”, progettata dal bravissimo Massimo Risca (realizzata dal sempre eccellente tecnico Luca Morucci), scheletro dell’ascensore che imprigionava i protagonisti del testo di Angelo Longoni, presentato dalla Compagnia “I Falsi d’Attore” di Viterbo. Fuori concorso. Le luci incorporate nell’ascensore, fornito di pedana interna rialzata, hanno sapientemente valorizzato la piéce, aiutando il pubblico a non perdere del tutto parte della bella regia, che prevede largamente l’uso del pavimento del suddetto ascensore. Non potrebbe essere diversamente, considerato che il testo racconta le nevrotiche vite di un uomo e una donna chiusi, loro malgrado, per un intero week end nell’ascensore dell’ufficio. Così, interpretando i loro conflitti interiori ma anche le loro malattie psichiche, in uno scambio di psicofarmaci e confidenze, Emanuela Apolloni e Luca Morucci hanno dato vita ad una credibilissima quanto possibile situazione quotidiana. E’ stata proprio nella normalità trasmessa dalla loro (cresciutissima!) recitazione, curata dalla (impeccabile!) regia di Chiara Palumbo, che lo spettacolo ha preso subito ritmo e dato viva partecipazione al pubblico, divertito dalle situazioni dolci amare di un testo ben scelto e certamente nelle corde dei due attori: soli in scena per poco più di un’ora, che vola!
Ultimo spettacolo, pure fuori concorso e in replica, dopo il debutto ad apertura di Concorso, “L’amico di papà” di Eduardo Scarpetta, presentato domenica dalla Compagnia Sammartinese, che ha avuto all’esordio come regista la, indimenticata e bravissima, “già” attrice Enrica De Angelis. Naturalmente opera traslata in Sammartinese, come sempre ha fatto la Compagnia, con intelligenza e successo: perché sui testi si può e si deve intervenire. Non scoppiano. Semmai scoppiano gli spettatori di fronte al rigore di spettacoli rigidamente filologici e non fruibili da chi è in sala. Senza amore per il pubblico. Questo allestimento de“L’amico di papà”, invece, ne trasudava in ogni dove, di amore e amatorialità profonda, per il pubblico e per il teatro. Solo chi non ha cuore non ha riso e non ha applaudito caldamente a luoghi, fatti e persone che hanno sostituito senza far rimpiangere quelle tutte napoletane di Scarpetta. Non sarebbe potuto essere diversamente, sul Cimino… Buoni i ritmi, con tutte le imperfezioni, davvero minime e perfettibili. Con un pubblico che rideva e apprezzava le allusioni autoctone e le caricate interpretazioni di chi conosce nella vita, anche in ruoli professionali ben diversi. Questo è il teatro amatoriale dei dilettanti che donano il loro piacere al pubblico: ne ho già ampiamente parlato, sapete come la penso. Poi le premiazioni: il saluto del sindaco (ex sindaco… no, sindaco Giulio Marini… insomma, che promette spazi teatrali a go-go: sia a San Martino che a Viterbo, in tempi brevissimi! ) …e tutti a casa. Appuntamento alla prossima edizione.
In chiusura vi chiederete che c’entra il titolo che ho scelto per queste mie “riflessioni a voce alta, con simpatia…” Ebbene, uscita ancor più contenta per il premio come “Miglior Spettacolo gradito dal pubblico” insieme a quello di “Miglior attore – Premio Mario De Angelis”, a Gennaro Cataldo, presi dalla Compagnia FAUL con il suo spettacolo “ ‘Na santarella” (spettacolo visto con Alfonso e Arcangelo a giugno… commentato, nonché promosso a pieni voti dalla sottoscritta!) …ebbene, camminando lesta verso casa, in una domenica sera dagli odori finalmente ottobrini, uscita dal Cantinone (ops! non me ne vogliano gli amici sammartinesi, ma l’amore vince sulla ragione…) ho percepito la differenza netta che avevo sentito nel diverso “abbraccio” del pubblico, in queste mie due esperienze di pubblico. Perché gli attori fanno lo spettacolo, ma il pubblico fa il resto: spesso fa differenza della serata, per chi è parte del pubblico. Cittadino e borghesemente eterogeneo uno, schietto e paesano l’altro; intellettuale, impreziosito da professionisti del settore, ciarliero e impuntuale il primo… caloroso, con la voglia di non pensare al lavoro (almeno due ore!), schietto e partecipe il secondo; pieno di dotte analisi teatrali e metateatrali, parole e bla bla bla senza ascoltarsi veramente, quello di venerdì… carico di pareri sinceri, abbracci calorosi e consigli pratici per la prossima edizione, quella di domenica.
Ed ho capito perché mi sono sentita tanto sola, alla ricerca di “un pensiero felice”, nella sala pur gremita di tanta bella gente, venerdì. Orgogliosa, però, di non essere stata contattata da tzunami telematici di “eventi”… Né da valanghe di sms, né tantomeno da convocazioni “carbonare”, sussurrate solo per un intimo circolo di amici acculturati.
La cultura è per tutti: il teatro è per tutti. Dalla “fuffa” a Ionesco, passando per “la sagra dei facioli” e Molière (giusto per usare citazioni di colti familiari, a me particolarmente cari…) Moltiplicate la comunicazione, dunque, amici sammartinesi! Stampa, manifesti, non solo amici di amici… Non lasciate più che ognuno continui a portare solo il proprio pubblico (perché chi ha più mezzi più ne porta!.. anche quando non è necessariamente il più talentuoso o il più sinceramente amato!) … non lasciate che continui a covare l’abitudine (tanto viterbicola!) di non andare a vedere i bravi attori, con diversi mezzi, delle diverse compagnie. Non lasciate che il pubblico colto non vada a vedere Scarpetta con la scusa che “Sempre la solita roba… e poi, non sapevo quando c’era…”. Non lasciate che il pubblico Sammartinese non vada a vedere Compagnie diverse dalla propria perché “Fanno una roba strana… che non so che roba è…” Non lasciatemi più, nemmeno una sera, a volare in alto, da sola. Forse non sono l’aquila che sembro