

Anna Sciortino ha 22 anni, è nata ed ha vissuto a Viterbo, da qualche anno studia all’estero. Tramite la sua università ha avuto l’opportunità di lavorare per 10 settimane in una scuola superiore nel Sud Ovest del Kenya con una ONG (Organizzazione non governativa) chiamata “Kenya Education Partnernships”. Un’esperienza intensa, entusiasmante e affascinante. A volte forse anche sconcertante e avvilente. Ecco il racconto in sei puntate della sua avventura alla scuola di Eronge. (Quarta puntata).
di Anna Sciortino
1150 chilometri quadrati di parco nazionale. Giraffe, zebre e gnu che pascolano liberamente come in Europa pascolano mucche e pecore. Ippopotami mastodontici che nuotano pigramente lungo il fiume, coccodrilli che attendono la migrazione degli gnu lungo le sponde mimetizzandosi con le rocce circostanti, elefantesse che scorazzano con gli elefantini…. E ancora giraffe, leoni e leonesse seminascosti nell’erba alta della savana, ghepardi che sonnecchiano sugli alberi con le code penzolanti. Abbiamo addirittura visto un rinoceronte nero, specie rara anche in nel paradiso natural del Masaai Mara. Sì, sono stata a Superquark per tre giorni. E sono stati tre giorni così emozionanti che mi sembra quasi di aver sognato tutto.
Il parco è davvero immenso: un vastissimo altopiano brullo, con acacie solitarie e erba gialla bruciata dal sole alta un metro e oltre. Ci si sposta per il parco solo su mezzi di trasporto (jeep, matatu e simili). Per qualche motivo gli animali non sono affatto spaventati dai veicoli: si può arrivare a meno di un metro di distanza da gnu, zebra, giraffe ecc senza che loro battano ciglio. I grandi felini invece sembrano proprio dei ruffiani narcisisti: sembrano siano lì in posa per i turisti, che non si azzardano ad avvicinarsi troppo né a sporgersi dai finestrini per paura che i micioni abbiano voglia di ciccia umana per il loro prossimo pasto, ma che comunque riescono a scattare foto a meno di 2-3 metri di distanza.
Io e il mio gruppone di amici (in totale, 26) siamo arrivati al Masaai Mara in Matatu da Kisii, dopo 5 ore di viaggio su strade polverosissime e massacrate dalle piogge tropicali. Il viaggio in sé e per sé è stato un’epopea: è venuto giù il diluvio a un’ora dall’arrivo (la prima pioggia in 6 mesi in quella zona), e la strada si è trasformata in un pantano di dimensioni clamorose. Jeff, il nostro autista/guida, se l’è cavata egregiamente, lasciando il matatu scivolare sul fango come se fossimo sui pattini. Abbiamo attraversato un ponte allagato dal fiume in piena con i motori al massimo, fatto lo slalom tra buche di fango che i piloti di moto da cross manco se le sognano… insomma, un’avventura non da poco.
Penso di aver perso 5 anni di vita dalla paura. Siamo stati a dormire in un campeggio appena fuori dai confine del parco, un campeggio gestito da un a famiglia di Masaai (una delle tribù del Kenya, famosi in epoca coloniale per essere feroci guerrieri- al giorno d’oggi di feroce direi che non hanno un granché, ma si riconoscono facilmente perché si avvolgono in un mantello a scacchi rosso per la gioia dei turisti che poi si lasciano spennare pagando 1000 scellini kenyani per comprare il suddetto mantello).
Dormire in tenda senza materassini non è proprio il massimo, ma per fortuna innumerevoli gite in montagna mi hanno insegnato la sottile arte di dormire ‘ovunque e comunque’, e al contrario di molti sono riuscita a riposare senza problemi. Le due giornate in matatu in giro per il parco sono state lunghe e intense, e abbiamo passato la stragrande maggior parte della giornata seduti sui matatu. Ogni tanto qualcuno lanciava un grido indicando la direzione dell’avvistamento di turno, e abbiamo visto una quantità tale di zebre, gnu e giraffe che dopo la prima mezz’ora anche i fotografi più accaniti erano soddisfatti con le decine di opportunità per scatti da cartolina.
Per due volte, ci siamo fermati in complessi alberghieri nel bel mezzo del parco per una sosta. E per la prima volta in un mese in Kenya ho avuto a disposizione acqua corrente e cessi funzionanti e puliti. Sembravano oasi di lusso nel bel mezzo del nulla- un contrasto stranissimo con il mondo circostante. Alberghi per ricconi anche per gli standard Europei- una notte lì costa 200 euro a persona, e cibo/bevande costano dieci volte quanto costano a Kisii. Ma i bagni sono perfetti e profumano di violette, le stanze sono immacolate, e gli ospiti alternano gite alla ricerca di animali esotici con ore di bagni nelle piscine all’aperto con vista-Masaai Mara. Mica male, eh? Prima di visitare queste strutture pensavo un tale lusso semplicemente non potesse esistere in questa zona remota del Kenya.
Essendo così lontano da Nairobi e da un qualunque aereoporto, per qualche motive pensavo che anche I ricchi turisti si dovessero adattare a cessi alla turca e polvere ovunque. Ovviamente mi sbagliavo: basta pagare, e la vacanza a cinque stelle è servita anche in una delle zone più rurali del mondo. Noi ci siamo fermati solo per esplorazione turistica e per una birra fresca (a nessuno sarebbe passato per la testa di pagare 40 euro per un pasto lì), ma molti sono tornati ai matatu polverosi con una gran voglia di diventare nababbi circondati da ricchezze e lussi.
Di ritorno da questo week-end incredibile, Chain ed io abbiamo affrontato la settimana più noiosa della nostra avventura. Gli studenti sono in vacanza, per due settimane. Io e Chain siamo rimasti a lavorare a scuola. Abbiamo plastificato, a mano ovviamente, 800 libri con copertine di plastica, completato le ordinazioni per il legname per i tavoli per il laboratorio e litigato con uno dei lavoratori che ci voleva fregare in lungo e in largo quintuplicando il costo del trasporto materiali.
Tutto risolto alla fine grazie alla mediazione di Jane Samba, la preside, alla quale nessuno propone un prezzo da muzungu (bianchi) poiché è una residente locale. La settimana si è conclusa con un meeting di mezza estate a Kisii con tutti gli altri Project Workers, per valutare a che punto dei vari progetti ci troviamo, condividere episodi divertenti e frustrazioni.
E' stato un sollievo constatare che per tutti è difficile lavorare con la tempistica Kenyana, per cui ti dicono 'il meeting comincia alle 9', e il meeting invece comincia alle 11, comprende un'ora per le presentazioni e le preghiere all'inizio e una quantità di convenevoli che farebbero smadonnare anche un santo (e io di santo ho veramente poco...). Differenze culturali, alle quali però non si può proprio sfuggire.
(continua…)