

Anna Sciortino ha 22 anni, è nata ed ha vissuto a Viterbo, da qualche anno studia all’estero. Tramite la sua università ha avuto l’opportunità di lavorare per 10 settimane in una scuola superiore nel Sud Ovest del Kenya con una ONG (Organizzazione non governativa) chiamata “Kenya Education Partnernships”. Un’esperienza intensa, entusiasmante e affascinante. A volte forse anche sconcertante e avvilente. Ecco il racconto in sei puntate della sua avventura alla scuola di Eronge. (Quinta puntata)
di Anna Sciortino
Ogni volta che passiamo per Manga, il piccolo villaggio di massimo cinquanta case che è cresciuto intorno a un mercato di frutta e verdura coltivati nelle vicinanze, decine e decine di bambini corrono ai bordi della strada, gridando ‘mzungo mzungo’ (i bianchi i bianchi!). Manga è il mercato più vicino alla nostra casa e ad Eronge, ed è lì che arrivano i matatu (bus) da Kijauri e Keroka (due centri abitati di dimensioni un po’ consistenti). A Manga le nostre facce sono ormai ben conosciute, ma nostante ciò, ogni volta che passiamo da lì ci ritroviamo circondati e/o seguiti per strada da orde di bambini (sì, una media di 9 figli per donna si nota dalla quantità di bambini che ci sono in giro, e la maggior parte di loro sono impolverati e coperti di stracci).
Alcuni sembrano un po’ spaventati. Altri, che ormai ci conoscono un po’ meglio, si avvicinano spavaldi e ci porgono la mano. I Kenyani, c’è da dire, passano una buona parte del proprio tempo a stringersi le mani: anche quando si è incontrato qualcuno per svariate volte nello stesso giorno, stringersi la mano è una prerogativa assoluta. E non sto parlando di una strettarella di mano en passant, ma di un vero e proprio rito per cui ci si stringe le mani con vigore per circa un minuto, scambiandosi ‘Buwakire’ e ‘Bukawire mbuja’ (‘ciao come va?’ e ‘tutto bene’ rispettivamente, in Ekegusii) seguiti da svariati borbottii di approvazione e soddisfazione. Con i bambini che ci ronzano intorno per le strade, lo stringersi le mani è una faccenda più rapida che con gli adulti, ma non meno importante- se non ci fermiamo per stringere la mano a tutti, questi marmocchi ci seguono per un bel pezzo. Non abbiamo mai provato ad ignorarli per vedere se ci seguirebbero fino a casa, ma sospetto di sì.
Gli adulti invece, a Manga come altrove, si limitano a fissarci. Sia che si tratti solo di me e Chain, sia che si tratti di un gruppo più grande, tutti ci fissano – nelle zone rurali più che a Kisii, dove immagino la gente sia più abituata a vedere bianchi che per le campagne dove solo poche ONG si avventurano e non si vede nemmeno l’ombra di un turista. E’ una sensazione stranissima sentirsi centinaia di occhi addosso quando si passa per un mercatino, una strada, quando si compra una qualunque stupidaggine ad una bancarella. E appena ci si mostra un minimo confusi rispetto alla direzione da seguire, al prezzo da chiedere ecc, decine di persone ti offrono di aiutarti.
Alla stazione dei matatu di Kisii questo comportamento diventa addirittura snervante: il fine settimana scorso, appena scesi dal matatu da Kisumu, sul lago Vittoria, volevamo passare per il supermercato prima di proseguire il viaggio verso Eronge. In men che non si dica siamo stati ‘assaliti’ da decine di persone che continuavano a chiederci dove fossimo diretti, da dove venivamo, a che ora volevamo ripartire. Perché si dovrebbero sprecare ad aiutarci?
A parer mio, è per lo stesso motivo per cui i bambini sono così emozionati all’idea di stringerci la mano. Per lo stesso motivo per cui tutti ci fissano. Per lo stesso motivo per cui tutti pensano che siamo belli ed eleganti. Ed è perché siamo bianchi, e come mi ha detto una delle studentesse delle scuola ‘a noi piace tantissimo la vostra pelle’.
In un mese e mezzo in Kenya, mi sono sentita dire tante, tantissime volte quanto sono ‘smart’ (elegante) (anche quando abbino scarpe da ginnastica e gonna da suora missionaria- un accostamento da brivido), quanto sono bella (anche quando sono ricoperta di polvere, ho i capelli che sembro una scopa e stendiamo un velo pietoso sul resto), per non parlare delle proposte di matrimonio che ormai hanno raggiunto quota 9 (o giù per di lì). Mi sento osservata e ammirata come fossi una superstar. O forse un aliena.
Forse un misto tra le due. Quando le studentesse della scuola mi hanno detto per la prima volta ‘vorrei avere la pelle come la tua’ un brivido mi è corso lungo la schiena. Durante una delle molte visite che abbiamo prestato a studenti/insegnati/conoscenti, il professore di matematica di Eronge ci ha fatto promettere di tornare a trovarlo perché a lui piace ‘interagire con gente della nostra tribù!’ (indendeva dire, con noi bianchi). Forse speravo di trovare almeno un po’ di rabbia e ribellione in loro verso i bianchi- per come sono stati trattati come meno-umani ai tempi del colonialismo, sfruttati come schiavi, derubati delle loro terre e delle loro ricchezze, e poi abbandonati al loro destino in balia di un sistema internazionale in mano alle grandi e ‘bianche’ potenze mondiali, che non rinuncerebbero mai a una fetta di quella torta che è il mercato internazionale per mantenere le promesse di sviluppo economico che invece vengono così generosamente elargite in contesti diplomatici.
E invece i Keniani (o per lo meno, quelli con cui ho avuto occasione di parlare io) sembrano rimpiangere i tempi del colonialismo, quando i bianchi hanno ‘portato la civilizzazione’ (parole testuali). Sotto molti punti di vista, si ritengono inferiori. E io ho il mio bel da fare a raccontare come da piccola questa così bella pelle color latticino mi è costata dolorose scottature e migliaia di scellini kenyani in creme&cremine solari; come anche l’Europa abbia i suoi problemi (anche se no, nessuno muore di fame, e no, strade sterrate come quella che portano ad Eronge non esistono, o quantomeno vengono classificate come ‘non percorribili da veicoli’). O a spiegare loro che, anche se costoso, per me il biglietto per il Kenya non ha un prezzo proibitivo, e nella mia vita in Europa sono solo una studentessa, attualmente con un debito di 9mila sterline con il governo inglese che ha pagato le mie tasse universitarie. Per loro, al contrario, il prezzo di un biglietto aereo corrisponde ai guadagni di una vita (o forse più), e no, il governo inglese non pagherebbe anche per la loro educazione universitaria, perché non vengono da un paese dell’Unione Europea.
Come convincerli che siamo tutti uguali, che siamo tutti parte della razza umana e il colore della pelle non conta? Che la bellezza è un concetto relativo e che è solo perché i bianchi sono ricchi e potenti che i keniani ci considerano belli? (Non è forse vero che la pelle bianchissima era considerata bella al tempo in cui gli aristocratici erano gli unici a potersi permettere di non lavorare in campagna ed essere abbronzati, mentre al giorno d’oggi solo chi ha tempo e soldi ‘da sprecare’ in vacanze al mare e tintarelle ha quel colorito scuro che così in tanti invidiamo?).
In attesa di trovare risposte, continuo a stringere la mano a tutti i bambini di Manga che muoiono dalla voglia di toccare un bianco, e mi presto ad andare a tutte le cene (sempre e comunque a base di ugali e sukuma wiki) a cui vengo invitata assecondando il desiderio tutto keniano di avere ‘l’onore’ di interagire con dei bianchi. E cercheroò di non farmi irritare dagli sguardi imbambolati di adulti e bambini quando passiamo per le strade, e nemmeno dalla loro insistenza nel volerci per forza aiutare.
Nel frattempo, nel laboratorio di fisica ci sono 13 dei 16 tavoli e 40 delle 60 sedie che abbiamo ordinato. Il Fundi (carpentiere) lavora a ritmi serrati, anche perché gli abbiamo detto che non pagheremo finché non vedremo il lavoro completato (ci ha assicurato che riuscirà a finire il tutto grazie all’aiuto dei suoi due assistenti Fundi entro lunedì prossimo…).
In Kenya , o perlomeno in questa parte del Kenya, non esiste l’opzione di andare al negozio e comprare il tavolo bello e fatto. Abbiamo dovuto comprare i diversi materiali separatamente- alcuni li abbiamo trovati in loco (come una buona parte del legno di cipro); altri, li siamo dovuti andare a comprare a Kisii (chiodi, colla, legno di pino ecc) e una volta trovato tutto il materiale necessario, i Fundi si sono messi al lavoro, a intagliare, piallare, levigare legno con una precisione, un’arte veramente impressionante.
Sui muri della scuola ci sono i poster che Chain ed io abbiamo disegnato: un grande poster per l’orientamento all’università , e un altro grande poster sull’HIV/AIDS. Venerdì scorso abbiamo organizzato un ‘Giorno della Salute’, per il quale abbiamo invitato due infermiere del vicino ospedale (chiamato VCT, Voluntary Counselling and Testing Centre) per fare una lezione sull’HIV (cause, modi di trasmissione, cure etc) e per amministrare un test di sieropositività a chiunque volesse sapere il proprio status.
Io e Chain ci siamo fatti avanti per primi per il test di sieopositività, che consiste semplicemente nel versare una goccia di sangue in un aggeggetto bianco lungo meno di 5 cm e aspettare 15 minuti. Con nostro grandissimo sollievo, praticamente tutti gli studenti hanno seguito il nostro esempio e hanno fatto il test. Ovviamente il test è volontario e il risultato è confidenziale, ma siamo riusciti a convincere quasi tutti (tranne 1 ragazzo e 3 ragazze) dell’importanza di sapere il proprio status.
Per ‘premio’ ci siamo fatti fotografare con chiunque avesse fatto il test (per qualche motivo gli studenti di Eronge sono FISSATI con le fotografie, e non appena tiro fuori la macchinetta mi assalgono di richieste – ovviamente poi vogliono che porti le foto a sviluppare e gliene dia una copia …).
A quanto pare non ci sono sieropositivi nella scuola, anche se non ne posso essere sicura al 100% perché i risultati sono privati- ma ragazzi ovviamente chiacchierano, e in tanti sbandieravano i loro test kits con orgoglio. In una zona del Kenya dove il 20% della popolazione è HIV positivo, aver testato e ‘sensibilizzato’ 110 ragazzi ci è sembrato un ottimo risultato.
E siamo stati contentissimi che la Preside ci abbia lasciato parlare anche di contraccezione e sesso sicuro nonostante la scuola sia cosi’ religiosa e contraria al sesso prima del matrimonio. Insomma… un successone di ‘Giorno della Salute’!
(continua…)