

di Elda Martinelli
VITERBO - Quando musica tanto alta si leva, il pensiero (almeno il mio) spicca il volo: se poi il luogo di ascolto è evocativo, mistico, pieno d’arte e ricco di storia come il duomo di Viterbo, fermarlo non è proprio possibile. Bello, davvero bello il concerto di Pasqua organizzato domenica scorsa (domenica delle Palme) dall’Associazione XXI Secolo, a chiusura della rassegna concertistica “la Quinta Stagione”: ricco di quell’eleganza che solo i puri di cuore sanno presentare, con semplicità.
Parlo ancora una volta dell’ Ensemble vocale “il Contrappunto”, dell’Orchestra Etruriaensemble, dei solisti Lucia Napoli, Baltazar Zuniga e Massimiliano Darida, come sempre sapientemente diretti dal maestro Fabrizio Bastianini.
Dopo la Cantata BVW156 e la Cantata BWV12 di J.S.Bach, seguite con grande attenzione dal numeroso pubblico che occupava tutti i banchi della chiesa, dopo l’evasione già al primo recitativo dei nostri amministratori uscenti è arrivata una grande sorpresa. Almeno per me che mi ero recata al colle del duomo senza leggere il programma, con la garanzia nell’animo sulla qualità di ciò che avrei ascoltato.
E dunque, in quella cornice e in quell’atmosfera già totalmente pasquale, con le essenziali quanto significative foglie di palma appoggiate ad alcune delle ventiquattro colonne monolitiche che scandiscono la navata centrale del nostro bellissimo duomo, correndo segnate da musicalissime legature sincopate di drappi rossi, il maestro Bastianini ha presentato una sua opera inedita, ispirata a sette toccanti quanti significativi brani della Passio Christi. E in un momento, dal tedesco delle arie e delle corali di Bach al latino dei passi evangelici orchestrati da Bastianini, ho ancor più di sempre “sentito” la forza della musica: più esplicita, più narrativa e più penetrante di qualsiasi parola.
Da vecchia studentessa del “Mariano Buratti”, però, ho avvertito l’entrarmi dentro quegli evocativi titoli latini, scelti dal maestro per tessere questa sua opera (creata di getto, in poche settimane, proprio per questa occasione) intitolata “Sette Parole”.
Sette i passi evangelici, sette i momenti musicali che li hanno descritti.
Ma su tutte, profonde e toccanti nella loro lapidaria capacità di entrare dentro il cuore di tutti, quella di Giovanni 19,26 “Mulier, ecce filius tuus” ovvero, per esteso: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!” E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.”
E il mio pensiero ha iniziato a correre. Perché ogni volta che ascolto queste parole, l’ultima volta è stata nella liturgia di una calda domenica dello scorso settembre (non sono credente osservante, ma quando entro a messa la sento e ascolto, con cuore e orecchie!), beh… ogni volta io ho i brividi: e subito penso a tutti quei credenti benpensanti (molto spesso anche possidenti) i quali si scandalizzano per tutte quelle forme di famiglie allargate che si moltiplicano, nei nostri giorni. La mia, certamente. I quali non sanno dividere i loro averi con chi ha bisogno, ma soprattutto non sanno aprire il loro cuore a chi ne ha bisogno: e che, più di tutto, criticano con velenosi strali perbenistici chi lo fa. Come ho fatto io. Per intenderci: il 19 marzo, a casa mia, le mie figlie hanno voluto festeggiare la festa dei papà (no, non è un errore!): festeggiati il mio compagno Arcangelo, che le ha cresciute, ma non è il loro padre naturale… e lo zio Alfonso, che le ha cresciute, ma non è mio fratello di sangue. Assente giustificato per motivi di salute il compagno dello zio (anche questo non è un errore!).
A tutto ciò e a molto altro ho pensato, sulle note particolarmente descrittive i momenti della Passio Christi, create dal maestro Bastianini. E mi è dispiaciuto considerare come tanti non conoscano la gioia dell’amore familiare, senza vincoli di sangue: pari se non più grande di quello consanguineo, anche consacrato. Eppure questo aspetto di una diversa e possibile familiaritas (fatta in primo luogo di disponibilità totale, ascolto sincero, condivisione profonda di un cammino: questo è il mio concetto di famiglia, prima di tutto!) lo ha proposto Gesù (per chi crede in Gesù come rivoluzionario personaggio storico e per chi crede Gesù come Figlio di Dio). E Gesù lo ha chiesto a quella donna che era sua madre (per chi crede Maria come coraggiosa madre del rivoluzionario personaggio storico e per chi crede Maria come Immacolata Concezione). Lo ha detto per chi crede e per chi non crede alle sacre Scritture: e credere in latino è traducibile con “fideo in”, ovvero ho fede/fiducia in ( e non “ostentare forzatamente le regole accettate con i paraocchi”come molti “credenti” fanno). Non aggiungo le molte altre mie considerazioni sulle adozioni “a chi si/ a chi no”… Certo che con quelle parole, dette dalla croce, io credo che un uomo, duemila anni fa, rivoluzionario o Figlio di Dio, era andato ben oltre a dove siamo duemila anni dopo sul concetto di famiglia, di figli, di compagno. Di amore.
L’opera di Fabrizio Bastianini ha chiuso poi con la “settima parola” dal vangelo di Luca 23,46 : corale e dissonante e acre, con l’eco rombante di un terremoto e subito dissolta, come solo la morte sa dissolvere (“Nelle tue mani, Signore, raccomando il mio spirito”). E quelle note hanno dato corpo a un’immagine: la mia immagine di morte.
Perché nel momento estremo ci sono solo due eventualità: il nulla o la possibilità di un’altra vita. Che non è il Paradiso dantesco né l’Inferno paventato da pulpiti spesso ricchi di male esempio, più che di carità cristiana. In quel momento le ricchezze accumulate resteranno nella nuda terra: con noi, al massimo, porteremo altre ricchezze. La più grande è certamente la gioia dell’amore condiviso. Qualunque esso sia stato: ancor più se nato da sofferenze e germogliato tra ostilità. Ancor più se ha dato ascolto ed una inimmaginabile rinascita nel cuore di chi si era creduto perduto e solo, senza più possibilità di essere amato. Un’altra ricchezza è probabilmente la costanza che abbiamo perseguito nella nostra vita terrena, la coesione e la coerenza tra le parole dette ed i fatti compiuti che lasciamo a ricordo (ed “exempla”) di noi. La nostra credibilità. (Con questo sentimento e questo bagaglio rimetterò la mia anima nelle Sue mani). L’applauso è liberatorio da tante emozioni, dovuto a tutti gli artisti.
Così, scendendo la scalinata del duomo e attraversando il bellissimo sacrato di piazza san Lorenzo, respirando questa aria densa che ogni anno offre a me come a tutti la Settimana Santa che ha inizio, a corollario dei miei pensieri (almeno per me) è tornata alla mente una frase di Rosario Livatino, integerrimo e cattolicissimo magistrato troppo presto dimenticato dalle nuove generazioni, ucciso da Cosa Nostra nel settembre ’90, a solo 38 anni e per questo ribattezzato “giudice ragazzino”, avviato a processo di beatificazione. Sulla sua agenda, pochi giorni prima di morire aveva scritto “…quando moriremo, nessuno verrà a chiederci se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili.”