

VITERBO - “Mio fratello è morto mentre si trovava sotto la tutela dello Stato, e senza una reale ragione ci hanno impedito non solo di vederlo, ma anche di darci notizie. La colpa dello Stato è quella di coprire chi ha responsabilità,alzando un muro a protezione di sé stesso”. Ha risposto in questo modo alla domanda di Pasquale Bottone, se si fosse trattato "delitto delitto di Stato", la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, che ieri ha partecipato al "Sal8 delle 6".
Di fronte ad una folta platea che ha ascoltato, emozionata, il racconto di Ilaria senza un benché minimo rumore di sottofondo, la sorella di Stefano ha affrontato le tappe più dolorose della sua storia familiare. “La nostra vita è cambiata di colpo, siamo stati anche accusati di non avere un bel rapporto con lui, quasi fossimo colpevoli. Per questo,e con immenso dolore, abbiamo dovuto diffondere le foto dell’autopsia, un modo per avere risposte e giustizia”.
In molti sono stati vicini alla famiglia Cucchi, in Parlamento è stata istituita una commissione, il sindaco Alemanno si è costituito parte civile al processo, non si sono mai spente le luci sul caso e lunedì Ilaria sarà alla presidenza della Camera, dove presenterà il libro. “Diverso l’atteggiamento del ministro La Russa – ha proseguito - che si è limitato a difendere i carabinieri e soprattutto di Giovanardi, che è stato più volte offensivo”.
Non è voluta cadere nelle provocazioni, Ilaria, nemmeno quando il giornalista ha provato ad incalzarla, e ha proseguito con una grande calma, tenendo il grande dolore chiuso in un angolo del suo cuore. Era una famiglia normale, la Cucchi, che aveva dovuto conoscere il dramma della droga, anche se aveva pensato di averlo ormai superato. “Pensavamo fosse tutto risolto, per questo ci sentiamo in colpa, non ci siamo accorti che Stefano aveva ripreso, ma oggi il suo posto non doveva essere al cimitero, ma in una comunità. Lo abbiamo perso in sei giorni, dopo che è stato sequestrato, perché è così che sono andate le cose. Mia madre ha saputo della sua morte quando ha letto il decreto per l’autopsia, si sono preoccupati di avvertire prima il magistrato e il dottore piuttosto che la famiglia”.
Tutta la disperazione di Stefano nella sua ultima lettera: “Voleva tornare al Ceis, ‘per favore almeno tu rispondi’ aveva scritto, quando era ormai convinto di essere stato abbandonato da tutti, e non sapeva che noi eravamo fuori dalla porta a chiedere di entrare”.
Bottone ha poi sottolineato come Stefano nel libro viene descritto come un ragazzo dolcissimo, anche se non era un santo. “E’ vero, non lo era, ma era dolce e buono, un idealista con stati d’animo diversi. Aveva un carattere meraviglioso ma purtroppo era fragile, e si è rifugiato nella droga. La cocaina è maledetta, non dà segnali forti e noi non ce ne siamo accorti. Non avrei mai immaginato che non solo era tornato a drogarsi ma che spacciando alimentava quel mercato maledetto”.
Ora ad Ilaria non resta che raccontare il suo dramma “perché può succedere a chiunque”, per questo insieme ad altri familiari sta costituendo l’associazione Le loro voci. L’ultimo pensiero di Ilaria è stato per suo figlio e la sua famiglia: “Gli ho detto che lo zio è accanto a lui anche più di prima, ma persone cattive gli hanno fatto del male. E’ giusto parlarne, grazie al mondo dell’informazione il caso di Stefano non è stato archiviato, anche se di colpo ci siamo trovati al centro della cronaca, con tanta sofferenza soprattutto per i miei genitori. Ma ora sono sicura che ci saranno dei colpevoli, nonostante sia carente il senso di giustizia e verità, entrambe si possono ancora ritrovare e il sacrificio di Stefano non sarà stato inutile”.