

VITERBO – Il centro sinistra continua a ribadire il suo netto “no” al piano di rientro sanitario presentato da Renata Polverini e lo fa alla conferenza dei sindaci, dove i vari primi cittadini attaccano duramente il decreto n. 80 che prevede una forte riorganizzazione e tagli nella provincia viterbese.
GIANLUCA ANGELELLI (Civita Castellana): “Vorrei capire a quanto ammonta ora il debito sanitario laziale, perché nessuno in Regione me lo ha ancora saputo dire. Ogni anno aumenta di 1,4 miliardi: qual è il peso della sanità viterbese in questo deficit? Solo venendone a conoscenza potremmo capire se i tagli proposti sono proporzionati. Belcolle, inoltre, deve diventare il nostro polo centrale a cui far riferimento, ma affinché ciò avvenga è fondamentale che prima sia completato altrimenti dove andranno i pazienti mandati via dalle altre strutture? E’ necessario potenziare i nosocomi per evitare che i cittadini si dirigano verso altri ospedali, anche fuori regione”.
MAURIZIO PALOZZI (Canepina): “Secondo il patto della salute ogni mille abitanti ci devono essere quattro posti letto. Nel viterbese ce ne sono 2,8, con il nuovo piano si scende a 1,5 e con i futuri tagli si arriverà ad uno. Noi abbiamo lo stesso diritto e vogliamo le stesse garanzie di salute dei cittadini che possano contare su cinque ospedali con migliaia di posti letto: non è possibile che la Tuscia per far rientrare nel patto della salute la provincia di Roma debba essere così duramente colpita. Se venisse attuata la macroarea nella nostra si arriverebbe a 4,8 posti letto, gioco forza verrebbero attuati altri tagli per giungere a quota 4. Se ci sarà il completamento di Belcolle già potremmo guardare in un’ottica diversa questo piano, ma ci devono essere delle garanzie certe. Non va bene, inoltre, che il governatore Polverini incontri solamente i sindaci dei paesi in cui sorgono le strutture sanitarie, deve parlare con i nostri rappresentanti perché la sanità non è u problema solo di pochi comuni”.
ALBERTO BAMBINI (Acquapendente): “Quando si parla di ospedali distrettuali bisogna mettere le varie strutture in grado di seguire i pazienti anche al di fuori del nosocomio. Da noi questo ancora non è possibile. In Toscana si è arrivati alla definizioni delle macroaree dopo due anni di confronto serrato e acceso, qui si vuole fare tutto in sei mesi e senza parlare con nessuno. Non si può agire in questo modo”.