

di Elda Martinelli
Lo ripeteva spesso la mia amatissima nonna, la saggezza della quale frequentemente condivido con voi e non è un caso che mi sia sentita persa quando è mancata: orfana, profondamente. Senza più una famiglia di origine. Lei mi ha cresciuto, lei mi ha ascoltato, lei mi è stata accanto fino alla fine: guardo dietro, nella mia vita, ed in ogni momento, doloroso o felice, vedo lei, al mio fianco. E ringrazio Dio (o chi per lui!) di avermi dato la gioia di averla tra le braccia, quando ha chiuso gli occhi. Glielo dovevo.
Con lei condividevo anche l’idea che “Muor giovane colui che al Dio è caro!”…come diceva il poeta latino Menandro, giustificando così (solo così: come altro lo si potrebbe fare?!) la morte di chi ci lascia troppo presto. D’altronde l’inferno è qui, innegabilmente, nella vita quotidiana: dopo non può esserci che il Riposo. E chi ha già scontato con il dolore o chi ha dato esempi indimenticabili di una vita radiosamente generosa, a volte viene chiamato anche (troppo) presto per godere di quella Pace. Forse è per questo… non so. Così me la sono sempre aggiustata io, la faccenda della Morte: distacco ingiusto, come tutti i distacchi… Ancor più perché irreversibile. Un concetto che mi ha sempre dato fastidio, quello della morte: come tutto ciò che è irreversibile, come tutto ciò che è lontano dalla Vita, che amo tanto.
Ricordo che, molti anni fa, ad un test guidato da una “saputissima” psicologa, di fronte alle sensazioni di me in una stanza tutta bianca, risposi “Non ci credo!”. E lei incalzò dicendo che non era una risposta, che dovevo “dettagliare”… Così aggiunsi “Chiudo gli occhi per non vedere: perché il bianco non mi piace… E non vedendolo lo elimino!” La psicologa, con dotto fare (forse professionale, per me poco rispettoso…) mi spiegò che avevo una posizione che non riusciva a decifrare… poco credibile e un po’assurda nei confronti della Morte, la Bianca Signora. Ma io le confermai tranquillamente che così era: se più di una volta, di fronte ai primi lutti incontrati nella mia vita, mi illudevo di non imbattermi in quei miei cari, tanto amati, per i più disparati motivi, creandomi così assurdi alibi… Chiudevo gli occhi per negare la realtà. Del tutto incomprensibile per una bambina, a stento per una donna. Soprattutto nei confronti di tanti giovani, che se ne sono andati prima di me.
Mi chiedevo, dunque, come mai mia nonna (santa donna, generosa con tutti in paese e in famiglia, vedova a 28 anni, sola con un bambino da crescere…) dopo una lunghissima vita, non “godesse” di questa Chiamata. Ed ho capito, solo dopo che se ne è andata, che aveva un compito importantissimo: quello di stare accanto a me, accompagnandomi in una vita che non mi ha risparmiato molto, perché non dovessi esser sola, in questo difficile percorso. Forse non è un caso che si sia ammalata nel momento in cui mi facevo forza, uscendo dal mio “buco nero”…e andandosene, poco prima che nella mia vita, e in quella della mie figlie, entrasse il mio amato compagno. Gli angeli sanno sempre quando spiccare il volo.
Ma non sempre i conti tornano, così facilmente. Come nel caso di Giusy. Venerdì, in tarda mattinata, ero con mia figlia Laura a prendere informazioni in Provveditorato, circa la prassi necessaria per il suo esame di maturità, che darà da privatista con i suoi compagni di studio e di sventura, a Latina (vi ho già raccontato che il Liceo Artistico Tuscia ha chiuso: altra morte nel cuore, morte di arte e cultura…). All’improvviso, con il suo inconfondibile brivido sottile, circola la notizia che una giovane donna, in cinta di otto mesi, è morta, forse per un arresto cardiaco. Guardo Laura, penso che è il 19 ottobre, che è il suo onomastico… (le ho dato gli auguri poco prima!) e la sento ancora muoversi dentro di me, anche se ha quasi 18 anni. E continuo a pensare a quella giovane donna. Troppo giovane per andarsene, con il suo bambino. A solo 37 anni! Anche io a quell’età ho avuto la mia seconda figlia, Alice: ma io l’ho vista sorridere, l’ho vista crescere. La bacio ogni sera prima di andare a dormire da 15 anni! E così penso a quella giovane donna, ancora. La penso per ore… Come, credo, ogni madre avrebbe fatto. Poi, solo sabato, sul web, leggo il suo nome, il suo cognome: la sua storia.
E le dò il viso solare e il sorriso contagioso di Giusy, che avevo conosciuto in palestra, dove con altre signore andiamo per sciogliere le gambe, addrizzare la schiena, tonificare le braccia… lei, tra le più giovani del gruppo. Penso a quella sua maglietta nera, che spesso indossava, in palestra, con una colorata e intensa frase che diceva più o meno “Non serve a nulla avere idee rivoluzionarie se non si ha il coraggio di lottare per difenderle e realizzarle”… Una maglietta di LIBERA, l’associazione di don Luigi Ciotti, contro tutte le mafie. Penso a quello che ci siamo dette in merito e al coraggio che mi hanno dato le sue parole… Penso come era bello incontrare quel suo sorriso contagioso per me, in un periodo tanto buio, dove ho visto scivolar via salute, amici, lavoro, in un periodo nero (che non è finito)… eppure, grazie a lei, ritrovare la carica e la voglia di sorridere, comunque: perché, come il filosofo danese Soren Kierkegaard diceva “Sorridi, anche con il baratro nel cuore, non costa nulla: e dal quel forse falso sorriso nascerà il sorriso di chi ti incontra e ti ricambia un vero sorriso… grazie al tuo! E anche tu avrai di che sorridere nel cuore”. Penso a quanto mi sia mancato incontrarla quando in primavera si era ritirata dai corsi, in attesa del suo bambino.
Giusy donava sorrisi, speranze e certezze: con tutto quello che diceva e che faceva. Che era. Giusy donava tutto il suo tempo libero in mille attività di volontariato: insegnando con l’esempio, alle figlie e a tutti quelli che l’hanno conosciuta, come dare amore moltiplica il tempo e la gioia di dare amore.
E, da mamma, il pensiero è corso alla figlia… e all’altra figlia, avuta accanto per anni, in affido: e che solo da poche settimane aveva lasciato alla sua mamma naturale (scaduti i termini dell’affido, pronta a dedicarsi all’arrivo del nascituro Manfredi…). Perché Giusy era una preziosa operatrice dell’ARLAF (e mi stringo anche a Carmela Grassotti, che ben conosco, responsabile viterbese dell’Associazione Regione Lazio Affido Familiare) che la piange come una figlia, come una insostituibile collaboratrice. Come un silenzioso e prezioso angelo che ha spiccato il volo, troppo presto. Donne si diventa, ho avuto modo di dire in altre mie“riflessioni a voce alta”, citando Simone de Beauvoir: madri si nasce, dico sempre io… E lo può essere anche chi figli non ne ha avuti in natura (come chi ne ha avuti può non esserlo!). Perché è solo lo stare accanto, l’esserci (discretamente, ma con totale disinteressata disponibilità) e il crescere insieme che ti fa madre/padre: perché “ i figli sono di chi li cresce…” Ed è meraviglioso pensare che, in momenti di difficoltà per le famiglie dei genitori naturali, associazioni come l’ARLAF e semplici persone piene d’amore, come Giusy, prendano temporaneamente per mano i bambini, accompagnandoli nella Vita: in un generoso moto d’amore a cascata, dove si guarda ancora con purezza e generosità ai bambini (…e la pedofilia è la più orrenda bestemmia!) e dove ogni bambino è un po’ anche il proprio bambino, se ti chiede amore, se cerca attenzione.
In fondo non è troppo diverso da quello che spontaneamente vivo, nel mio piccolo, da anni, con il mio “Teatro di Carta”: certo, nelle migliaia di bambini che ho accompagnato sul palco, moltissimi sono rimasti solo un nome, un sorriso, un’emozione. Ma ci sta anche chi ha chiesto aiuto, semplicemente per l’attenzione mancata a scuola… o per le difficoltà respirate a casa… E chi nasce madre queste cose le sente. Vive per queste cose. Così, nel mio caso, molti rapporti sono cresciuti, con il passare degli anni: fino ad accompagnarli all’altare, fino a aiutarli a preparare un provino teatrale o la tesi di laurea, oppure un allestimento tutto proprio… fino ad assisterli nella realizzazione loro primo cortometraggio professionale. Come ho fatto nella calda domenica romana, appena passata: dedicando il mio/nostro tempo (perché di questo progetto di vita Arcangelo, il mio compagno, è totalmente complice e sostenitore!) per non far sentire solo il giovanissimo debuttante regista cinematografico: perché serviva una comparsa, perché serviva un supporto logistico, perché serviva una parola di incoraggiamento. Perché serviva esserci. Per dare sostegno ai loro sogni, in questo caso (ma la Vita è Sogno! …cos’altro?! La Vita è solo uno stato mentale…) e per fargli sentire che i sogni non muoiono, se possono viverli e condividerli con loro, con la freschezza della loro età, anche due adulti. Perché le passioni uniscono e mantengono vivi: perché la condivisione è l’unica vera forza della Vita! Anche questo è sostegno. Anche questo è affido. Anche questo è amore: e l’amore è gratis, è un moto dell’anima che va e viene, senza cessare mai, quando parte sincero dal cuore. Senza tornaconto né calcolo
A questo e a molto altro pensavo tornando dalle mie figlie, domenica notte, tra le buie ombre dei castagni, sulle curve della Cimina: alla radio i Guns and Roses attaccano una loro versione della celeberrima canzone di Bob Dylan “Knockin’on heaven’s door” …e penso che Giusy non ha avuto bisogno di bussare: lei le porte del Paradiso le ha trovate aperte. Penso a Costanza, che ha solo nove anni…e a sua sorella Elisabeth, anche più piccola (sì, a sua sorella!...che chiamava “mamma” Giusy…). Penso alla mamma naturale di Elisabeth che ora, chissà… in fondo è un po’ anche la mamma di Costanza. Il gioco della Vita…
E con gli occhi pieni di pianto irrefrenabile, accanto al mio compagno che guida in silenzio, stringendo il mio cuore nel suo, penso alle Nostre figlie (quelle che lui ha cresciuto, insieme a me… che loro amano e riconoscono come padre) …ma soprattutto a tutti quei bambini che hanno perso la mamma o il papà. Volati in cielo troppo presto, per diventare i loro Angeli. Come Giusy.
Oggi pomeriggio i funerali: ma io non ci sarò… Ho un alibi di ferro: seguo mia figlia ed i suoi compagni in corsa per la maturità nello studio della Storia dell’Arte, il programma non prevede soste. Così, dopo un buon piatto di pasta per tutti, tutti insieme qui a casa (il gruppo è un po’ la famiglia…) abbiamo Caravaggio e Bernini, da conoscere e ripassare. E poi detesto i funerali. Soprattutto quando non fanno parte de “il cerchio della vita”, quando chi se ne va è una mamma di 37 anni. Non amo i distacchi, ve l’ho detto. Chiudo gli occhi di fronte alla Bianca Signora. Non credo alla morte. Le persone muoiono solo quando ci si dimentica di loro: nessuno dimenticherà mai Giuseppina Speciale. Nessuno dimenticherà mai il sorriso di Giusy.