ANNO 27 n° 298
''Gioca co’ li fanti… ma lascia sta’ li santi!''
Riflessioni a voce alta e con “simpatia”…
08/09/2012 - 04:00

di Elda Martinelli

 

VITERBO - Diceva, più o meno, così uno dei tanti proverbi citati ad hoc dalla mia amatissima nonna: e infatti anche il cielo ha pianto, in questi giorni, sulle tante vane parole vomitate su “Santa Rosa e dintorni”, quest’anno. Più di sempre ha pianto il 4 settembre, sulla Fiera, forse costernato di fronte ai fuochi d’artificio post-macchina della sera precedente, che i più fortunati, come me, hanno visto appena fuori porta Fiorentina (nella loro metà superiore, perché la inferiore si perdeva dietro i lecci di Prato Giardino, essendo sparati da uno dei punti più bassi della città, oltre tutto “coperto” dal parco cittadino…) nel frastuono di canzoni inascoltabili e di luci abbaglianti del luna park, in mezzo allo smog di auto e motorini che passavano in tutti pertugi possibili tra la folla e in mezzo ai clacson di un traffico impazzito, fuori controllo.

Fortunato quel gruppo più agile che, fermato dai tanti posti di blocco pedonali, si è ritrovato, suo malgrado, al Pilastro. Il pubblico ansimante arrivato da porta Murata, invece, fermatosi sotto le mura, ne ha visti anche meno, causa prospettiva di palazzi a coprire ancor più il costoso e sprecato spettacolo pirotecnico: e sempre a rischio di essere tutti investiti dagli automobilisti incontrollati su piazzale Gramsci. Dal centro sprizzi e sprazzi di luci colorate nel cielo, rubati qua e là in qualche vicolo ben orientato: non so nelle fortunate terrazze altolocate dei privati… Chiedendoci tutti perché. Poi è iniziato il programma delle serate in piazza, da sempre tradizionale incontro dei viterbesi in festa.

Tra le molte offerte del Settembre Viterbese e anche di altre ricchissime rassegne, che si scatenano tutte, come sempre, a fine estate, tra un temporale e l’altro, ho scelto, in queste fresche serate, alcune cose interessanti in città e fuori città.

Il 4 settembre, per esempio, ho dribblato la possibile pioggia in piazza san Lorenzo, saltando il concerto di don Giosy, che saluto affettuosamente, sperando che almeno lui, “sbilanciato sul versante della vita”, come ama definirsi, non lanci anatemi su di me (come fatto da suoi “colleghi”) per avere risposto pubblicamente, pochi mesi fa, da questa testata, al Vescovo, sulla mia impossibilità tecnica e umana di continuare la mia ventennale attività teatrale con i bambini, al Cinema Trieste. Ho saputo poi che il concerto era stato rinviato a data da destinarsi, per il gran diluvio! Per essere sicura io ne avevo già scelto un altro, al chiuso. E che “chiuso”, amici miei!!! Così, fatti pochi chilometri, ho raggiunto, anche quest’anno, la Basilica di Castel Sant’Elia, per seguire il Concerto d’Autunno, offerto, come ogni anno, nella rassegna “Settembre Castellese”, organizzata da Comune, Proloco e, tra l’altro, dalla Associazione Culturale Musicultura, alla quale fanno capo alcuni dei bravissimi insegnanti della viterbese Scuola Musicale “Giacomo Carissimi”.

La bellissima chiesa, sconosciuta a molti (da non confondere con quella di Santa Maria ad Rupes) in perfetto stile romanico, con influenze longobarde, è monumento nazionale: ben conservato e usato anche per concerti. Quante meraviglie abbiamo nella nostra terra, Dio solo lo sa… Le sue origini si perdono nella notte dei tempi: pensate che la tradizione vuole che in questo posto, immerso in un paesaggio ancora oggi incontaminato, in una vallata subito fuori il paese, Nerone fece edificare un tempio a Diana cacciatrice, su un preesistente luogo di culto etrusco.

La tanta storia, vissuta dalla Basilica, si vede e si sente subito, nonostante i molti interventi di restauro e manutenzione: “firmato” quello di fine ‘800, voluto da Pio IX, che ne incaricò l’architetto Vespignani (lo stesso del Teatro dell’Unione, bravi!...) fino a quello più recente che, negli anni ’90, ha permesso di riportare alla luce le decorazioni scultoree del portale centrale, rimuovendo un pesante strato di muschi e licheni. Al centro della navata centrale, scandita da eleganti colonne derivate, probabilmente, dallo spoglio di ville e monumenti romani (il riciclaggio di “pezzi” architettonici non lo abbiamo inventato noi…) davanti all’altare, con il suo raffinato ciborio e accanto all’articolato ambone (sul quale è scolpita la mitizzata “quadratura del cerchio”, metafora del battesimo, passaggio e unione del terreno al celeste), sul meraviglioso pavimento cosmatesco non lucidato, il maestro Luigi Pancia e il suo pianoforte insieme a Costanza Biagini e la sua viola aspettavano il numeroso pubblico intervenuto. Concessi cinque minuti accademici per i pochissimi ritardatari.

Quest’anno, il Concerto d’Autunno Castellese ha presentato un interessante concerto da camera, unendo le abilità dei due giovani professionisti: abbiamo così goduto del diverso e ugualmente raffinato gusto musicale di J.S.Bach, ma anche di George Onslow (valente e noto, all’epoca, nel delicato passaggio dal classicismo al romanticismo, ammirato e sostenuto da Beethoven e Schubert, oggi ingiustamente dimenticato) e di Johann Baptist Vanhal (grande autore e concertista, suonò quartetti con Haydn e Mozart, del quale è particolarmente somigliante nello stile). Non sono così preparata: non credetemi più colta di quel che sono! Ma il pieghevole di sala aveva, come ogni anno, una breve, dettagliata e stimolante “Guida all’ascolto”, con note storico-stilistiche, pure curate da Luigi Pancia. Veramente bravo, quanto schivo e poco conosciuto ai più, il maestro, con il suo pianoforte, è stato il valente porteur della coppia musicale. Una bella serata di grande musica, eseguita con grande intensità interpretativa: una serata emozionante e suggestiva, in una cotal cornice! Fredda e umida, come fosse già novembre all’uscita, la valle Suppentonia, ci salutava verdissima, profumata di muschio e zuppa di pioggia.

Giove pluvio (sempre per i suddetti motivi, secondo la sottoscritta…) non ha permesso di andar in scena neppure al lanciatissimo Maurizio Battista, mercoledì sera, su una piazza San Lorenzo che sembrava un lago artificiale (sempre per il ricchissimo cartellone, in buona parte senza biglietto offerto dal Comune di Viterbo al suo pubblico). Non lo inseguirò domenica 9, data scelta per recuperare la sua attesa performance: non vado matta per il cabaret, lo ho già detto. Oltre i tempi comici della commedia dell’arte non intendo la comicità “a cascata”, reiterata e ripetitiva. Anche se riconosco che è una dote e un’arte, ma affermo anche che non l’hanno tutti i troppi “one man show” che girano, per piazze e teatri e tv.

Purtroppo io sono molto legata alle cose corali, ricche di ritmo ma con una comicità velata, non prevedibile e senza battute grasse: cosa questa che spesso condisce i soliloqui comici. Preferisco l’ammiccamento del testo, del gruppo: la condivisione. Anche e soprattutto sul palco.

Eppure eccomi giovedì 6 proprio in piazza san Lorenzo: per una vecchia conoscenza e un amico. Pier Maria Cecchini. Vecchia conoscenza di sicuro, visto che lo conosco come Piero (e basta) dal 1975; amico, credo ancora… “La vita secondo io”: one man show, di e con Piero Cecchini (sul palco insieme al bravissimo maestro Claudio Luongo, al pianoforte: e la voce di Francesca Arena). Con la miglior disposizione d’animo possibile mi siedo nella platea che, pure con la lentezza tipica del pubblico viterbese, si riempie: tardando l’inizio di soli venti minuti (un record per la nostra città!). Oltre alle molte autorità, moltissimi gli amici, vecchi e nuovi, tra il pubblico: sembra una rimpatriata tutta viterbese che unisce docenti e allievi del “Mariano Buratti del tempo che fu”, amici dell’oratorio (emozionatissimo, a presentare Piero e la rassegna l’amico Pietro Bevilacqua), allievi della sua scuola di teatro e curiosi.

I testi, belli e divertenti, non mi sono sembrati tutti nuovi e originali. Intendiamoci: Piero non ha mai copiato testi (semmai è stato copiato!..) ma quelli dello spettacolo presentato la scorsa sera, a Viterbo, avevano un che di già sentito… legati da un debole filo registico (tra flashback, autoanalisi, veri e propri sketches) pur proposti con brio e ottima interpretazione. Riconducibili non solo al suo stile, ma addirittura a stralci già letti o recitati, nella sua lunga carriera, anche se “rinfrescati”per l’occasione: ritrovando, così, la malinconia riflessiva di “Passa/Tempo”, presentato all’Unione nell’80; o le pungenti battute degli anni d’oro di “Patatrac” con la Compagnia de “I Giovani”, negli anni ’90; o le considerazione sull’Eterno e sulla Vita, che si ritrovavano anche nel suo “Benvenuti a Melidor”, megagalattica produzione del’97 sempre con “I Giovani”; o, come pure, semplicemente, quando l’irresistibile racconto de “la nascita” (cavallo di battaglia di indiscutibile efficacia!) che faceva, con la stessa bravura, nella Taverna degli Artisti di Bassano in Teverina così come accanto a Raffaella Carrà, in TV (quando passava a fine anni ‘80 anche in prima serata Rai, nel momento della sua massima notorietà). Bella serata, niente da dire. Applausi… Risate, anche. Tanta coinvolgente viterbesità: dalle citazioni alla Macchina di Santa Rosa all’esilarante caricatura de “il cupo”. Una performance di oltre due ore: una grande rimpatriata artistica. Soprattutto, finalmente, non ha piovuto! E “i santi” hanno permesso di far ripartire le manifestazioni previste nel Settembre Viterbese (come hanno sottolineato anche gli organizzatori!).

Ma è con due rapide immagini, che guardano al futuro, che voglio chiudere le mie chiacchiere su queste umide serate festaiole: la sera del 1° Settembre, mini-macchina e tanti bambini in giro. Su via Marconi incontro un simpatica famigliola che distribuisce coni gelato ai figli: un minifacchino di circa 4 anni e la sorella, poco più grande, vestita pure da facchino. Sorridente e orgogliosa, mi guarda con i lunghi capelli che escono sotto la bandana e con il suo cono, pericolosamente carico di cioccolato…. Infine la sera del 3, aspetto la macchina in via della Sapienza, quando arriva qualcuno, facendosi garbatamente largo tra la folla, “scortato” da un tale in una divisa non identificata, perché distratta da lui: una piccoletta di un paio d’anni che dorme, con il suo abito da facchino, sostenuta e distesa, nell’apposito zainetto-porta-bebè da montagna, sulle spalle di papà. Che mi accorgo essere Raffaele Ascenzi. Seguìto (meraviglia!) da quello che immagino sia il suo secondogenito, di pochissimi giorni, tra le mani esperte e sotto gli occhi vigili di una ragazza che, ho immaginato, fosse la sua giovane mamma. Cinquanta centimetri in abiti di facchino. Perché facchini si nasce.




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