ANNO 27 n° 287
''Dormire, morire (sognare, forse...)
Riflessioni di Elda Martinelli. Con simpatia...
04/03/2013 - 04:00

di Elda Martinelli

 

VITERBO - E poi succede che non ne hai più voglia. Ma non per un attimo, non in quella specifica circostanza…. Né ‘’per un breve periodo di riflessione!’’. Mai più voglia.

Credo che accada più spesso di quanto non siamo capaci di dire o di intuire accanto a noi. Rispettabile scelta, se è vero che ognuno “faber est suae quisque fortunae”, ovvero ciascuno è artefice della propria sorte, come diceva Sallustio. Puoi ritardare il momento per obblighi vitali come il lavoro, nel caso in cui si lavori per vivere e non si viva per lavorare (cosa questa che denota già da sola, secondo me, l’egoistica fuga dalla vita dei più affermati e rampantissimi professionisti, oggigiorno stressati da fiumi di parole, conferenze, consulenze e studiatissime strategie verbali… che non sempre comunicano, però) oppure puoi ritardare l’attimo per necessità familiari, considerando gli irrevocabili doveri che ognuno ha verso i propri figli (meno definitivi quelli con il proprio compagno/a, anche nel caso del più riuscito rapporto… o quelli verso i propri genitori, senza analizzare, poi, quelli che ci legano a madri e padri solo per “la paura di non cadere nella vita vera” una volta per tutte).

Insomma, può anche capitare che la propria stima precipiti di fronte al silenzio degli altri (alla loro incapacità di comunicare con te) e che il desiderio di comunicare non ci sia più. Che si spenga, come una fiammella, la quale ha per lungo tempo lottato nel buio e tante volte ha trasformato in fiamma ardente il vento delle avversità offerte dalla vita e sulla quale, infine, la vita stessa ha sputato, in modo inappellabile.

Capita. Per aver esaurito le proprie forze (la vita non va di pari passo al dato anagrafico!) per aver accumulato delusioni (nessun familiare né alcuno strizzacervelli può sentenziare circa l’entità delle delusioni altrui, perché nessuno oltre a noi stessi può valutare e soppesare le proprie aspettative: nessun altro!) perché per troppo rispetto e delicatezza nessun amico/compagno ti ha aiutato, forzando quel tuo invalicabile silenzio (che in primo luogo è invece necessità di domande su domande per poter finalmente parlare!!) o perché si hanno ideali così alti da arrivare, infine, a scoprire, con amarezza che la vita è un’altra cosa. Scoprendo, magari, che hai di fronte solo mulini a vento. Ed è ancor più inutile lottare, quindi.

Capita allora che non si voglia più comunicare.

Questo non significa però essere sollevati dal peso che pensieri, informazioni e notizie scaricano comunque nella propria vita e sulla propria coscienza. Decidere di non voler più comunicare non è affatto cosa facile. E cadere in questo caso nell’empasse della depressione (male del secolo, solo perché non si ha più la forza d’animo della reazione né quella del suicidio, come tempi addietro…) è la cosa più ovvia. Ma non una soluzione.

Basta fermarsi un passo prima, secondo me. Chiudere i contatti. Tentata la potentissima comunicazione non verbale (la più efficace e vera, per me che vivo così ‘’di pancia’’), indotta quella scritta (pubblica e privata), azzardata quella teatrale e meta teatrale (con giovani e adulti), disattesa una risposta o anche solo un’intuizione dai tuoi (collaboratori e familiari) arriva il desiderio di non voler più comunicare. E se voi esperti li chiamate “agorafobia” o “attacchi di panico” io la chiamo semplicemente ‘’ciambella di salvataggio’’, rispettabilissima. Vivaddio!

‘’Dormire, morire (sognare, forse…)’’ suggerisce Shakespeare, compagno di tante avventure. Di questo particolare momento della comunicazione non si è fatto cenno, venerdì sera, al Teatro Tenda, nell’incontro “SPRITZ” condotto dal formatore (e viterbesissimo!) Michele Palazzetti e dallo psicologo Andrea Ciucci Giuliani: chiacchiere informali tra palco e platea, stimolanti come un buon aperitivo, su temi del nostro relazionarci, anche con la vita. I due esperti e accattivanti consulenti dell’IPSE hanno lanciato e lasciato materiale sul quale riflettere al numeroso pubblico che gremiva il poco accogliente Teatro Tenda viterbese (freddo e fonica da paura!!!) . Ed è stata un po’ una ‘’grande rimpatriata tipo settembre viterbese con Piero Cecchini in piazza del Duomo’’, ma con sostanza e qualcosa di nuovo, venerdì sera. Gran bella serata.

La mia obiezione nasce, come pubblico, dal punto di vista offerto dalla mia vita: sarò più chiara, ricordando anche a chi non c’era, i punti trattati nelle simpatica terapia di gruppo teatrale.

Ascoltare, o meglio: come ci mettiamo in ascolto, punto primo. Io ascolto “facendo facce a seconda degli argomenti” che ascolto, come un bambino ha suggerito in sala… ma anche e soprattutto a secondo del mio stato d’animo. Ascoltare è comunicare, cioè mettere in unione due persone (senza scomodare cervelli, cuori o anime) …siamo d’accordo. Per me, poi, è anche sentire (verbo che non si ferma all’attivazione delle orecchie!). Il mio errore è forse la fin troppa disponibilità verso l’altro: ma questo è un altro argomento, non trattato venerdì sera. E forse per questo, di questi tempi ho files pieni e pile scariche. Perché ci vuole tempo e forza, senza tornaconto alcuno, il più delle volte.

Parlare ai figli, a pranzo, con l’aiuto del telefono (?), punto secondo. So di aver fatto una scelta controcorrente non avendole affidate mai ad altri, le mie figlie (neanche ai nonni): amo prendermi le mie responsabilità fino in fondo, io. Anche di questo esagerato modus vivendi non si è parlato (perché errato o perché raro?)... E dunque io mi son presa sempre così cura di loro, tanto da non conoscere la necessità di telefonare o “messaggiare” a pranzo, argomento sviscerato da esperti e platea. Perché io ci sono sempre a pranzo, presente, a tavola con loro: quando posso davanti a un piatto che abbiamo scelto insieme, a colazione davanti al caffè. E si parla di scuola, politica, amici, sesso e religione. Parlare e discutere in dissenso anche, è comunicazione. Lo è quando le figlie, a tavola o no, notificano le loro iniziative e decisioni di vita, non sempre condivise ma sempre ascoltate… Così da chiederti forza e tempo, tanto tempo: e prestare attenzione è comunicare. Senza tornaconto, almeno apparentemente…

Comunicare di esser stanchi al proprio capo (o comunque affrontare un disagio di fronte agli altri, sconosciuti o no), punto terzo. Averlo, un capo!!! Avere un lavoro, anzi, dovrei dire ormai, anche io come molti… Ma essendo sempre stata capo di me stessa, come lavoratore in proprio, non ho mai avuto la possibilità di assecondare le mie necessità: solo quella di tirar avanti la baracca a denti stretti, senza poter comunicare, cioè condividere le mie responsabilità e la mia fatica, in questo caso.

E comunque interessante, tanto interessante tutto il resto, nonostante tu sappia come la pensi su psicologi & strizzacervelli, caro Michele Palazzetti, amico d’infanzia, di scuola, di politica… di tante pippe mentali e di tantissime avventure teatrali, in tempi non sospetti: quando nessuno di noi due /tre con Alfonso… avrebbe pensato che col teatro /con la lirica, e soprattutto con le chiacchiere, si potesse anche mangiare. Ma ci ascoltavamo: comunicavamo. Forse per questo abbiamo fatto le nostre strade, così, incrociandole ancora di tanto in tanto. Affinità elettive, diceva Goethe. (Ma tu, poi, l’hai cambiato il mondo?)

Sai, forse non è così importante, in fondo, cambiare il mondo. Forse è il mondo che ha cambiato noi. Forse non cambierà mai niente. Ma se un giorno, come oggi a me, anche a te verrà la voglia di non comunicare più, se prenderai l’abitudine di chiudere il cellulare per giorni interi, se desidererai di addormentarti per dimenticare che sei ancora vivo, se vorrai spegnere il tuo sguardo immobile di fronte all’irrefrenabile e rassicurante mobilità del mare… allora sarò pronta ad accoglierti sulla mia ‘’ciambella di salvataggio’’, pronta ad ascoltarti (e a capirti, con ‘’simpathia’’…) anche se non sono un valente esperto IPSE. Perché finché ci sarà un amico non ci sarà bisogno di pagare chi ti ascolta. E ti ascolterà, anzi, ti sentirà senza tornaconto: per amore. Solo per amore.




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