

FABRICA DI ROMA – Ha chiuso definitivamente i battenti la ceramica Verose di Fabrica di Roma finita sott’inchiesta perché faceva lavorare i propri dipendenti in cassa integrazione straordinaria.
Una decina di persone, tra cui il titolare, sono stati iscritti sul registro degli indagati per truffa ai danni dello stato in concorso.
La vicenda è venuta a galla perché alcuni dei cassintegrati non avrebbero ricevuto dal proprietario il compenso pattuito che, sommato all’assegno dell’Inps, avrebbe permesso loro di incassare un importo uguale all’intero stipendio, e si sarebbero rivolti ai sindacati. Da qui l’esposto alla magistratura.
Secondo quanto si è appreso, il titolare dell’azienda, denunciando un calo verticale del fatturato aveva sospeso la produzione e ottenuto la cassa integrazione per i circa 20 dipendenti. Ogni qualvolta riceveva degli ordinativi dai propri clienti, però, chiamava da 5 a 10 operai, pattuiva con loro un compenso e li faceva lavorare illegalmente. Un andazzo che si sarebbe protratto per mesi finché non si è verificato l’incidente che ha dato il via alle indagini.
Nei giorni scorsi sono stati notificati alcuni avvisi di garanzia. Subito dopo, anche perché era in scadenza la cassa integrazione, il titolare ha chiuso lo stabilimento.
Molta l'indignazione da parte dei sindacati. “Il fenomeno dei lavoratori in cassa integrazione fatti lavorare abusivamente dai loro datori di lavoro è molto più diffuso di quanto si creda. Io, già prima del caso di Fabrica di Roma, avevo presentato due esposti alla magistratura”. Lo ha dichiarato Fabio Ricchiuto, segretario generale della Uilcem di Viterbo, la confederazione dei lavoratori della chimica e del manifatturiero. “Questo comportamento – aggiunge Ricchiuto – oltre a favorire gli imprenditori disonesti a svantaggio degli onesti, scredita anche l’istituto della cassa integrazione in un’area, qual è il distretto ceramico di Civita Castellana, in crisi cronica. Gli operai – sottolinea – sono costretti a prestarsi a questo gioco perverso per sopravvivere. L’importo della cassa integrazione, infatti, va da 800 a 1010 euro, e chi ha una famiglia da mantenere, figli da far studiare e magari un mutuo da pagare non riesce ad andare avanti”.
Il fenomeno è noto anche alla Cisl. “Abbiamo posto il problema a più riprese – dice il segretario generale Rosita Pelecca -, perché le voci si rincorrono da tempo. Abbiamo anche chiesto che gli operai in cassa integrazione vengano sottoposti obbligatoriamente ai corsi di riqualificazione previsti dalla legge e finanziati dal Fondo Europeo per la formazione”.
Secondo Pelecca, la posizione degli imprenditori andrebbe distinta da quella degli operai. “Alcuni proprietari– afferma – lo fanno per sfruttare la situazione ed ampliare i propri guadagni, infischiandosi dei loro colleghi che sono in gravi difficoltà; gli operai, invece, si prestano per sopravvivere. E’ ovvio – conclude – che andrebbero aumentati i controlli”.