

VITERBO - Una produzione del 40-45% al di sotto della media, per di più con una percentuale di guasto che, nei primi frutti caduti, oscilla intorno al 20-25%. Si annuncia un’altra annata amara per le castagne del Lazio, in particolare per quelle della provincia di Viterbo, dove è concentrata la maggior parte della produzione regionale. La situazione è addirittura drammatica per i marroni, con un raccolto inferiore di oltre il 90% rispetto alle stagioni “normali”.
Ad avviso degli addetti ai lavori, la seconda consecutiva pessima raccolta (nel 2010 le cose andarono ancora peggio, con un crollo superiore al 90%) è dovuta al combinato disposto di una serie di fattori, alcuni dei quali, come l’andamento climatico e la proliferazione di parassiti, sono incontrollabili, mentre altri, come la distruzione sottobosco o lo spargimento di prodotti fitosanitari e di pesticidi, sono addebitabili agli stessi coltivatori.
La qualità delle castagne 2011 è discreta, soprattutto per quelle raccolte a quote più alte, quindi con clima più fresco. Alle quote più basse, invece, aumenta la percentuale di guasto e scende la qualità del frutto. La pezzatura è generalmente più piccola: per mettere insieme un chilo di castagne occorrono 95-100 frutti, contro gli 80-85 delle stagioni migliori.
Il prezzo, ancora instabile, oscilla dai 125 ai 150 euro al quintale per le castagne, in base alla pezzatura, e sfiora i 250 euro al quintale per i marroni, laddove ci fossero.
Secondo Remo Parenti, presidente dell’organizzazione dei produttori dei Cimini, nel Viterbese, l’andamento negativo della stagione è stato causato dal freddo di giugno e dalla successiva siccità. “Inoltre, all’inizio di luglio – aggiunge – c’è stato un attacco imprevisto di cydia precoce (meglio conosciuta come verme del castagno), contro la quale non sappiamo cosa fare. Non vorrei – aggiunge Parenti – che dopo l’infestazione da cinipide e del balanino, dovessimo affrontare anche quella da cydia precoce”.
Tra le cause della cattiva annata, per Parenti ci sono anche una serie di comportamenti “sconsiderati” dei produttori. “Il sottobosco - argomenta – non esiste più, a causa dei tagliaerba usati come frese. Il terreno viene reso duro come asfalto e perde tutta l’umidità, indispensabile a garantire l’equilibrio naturale tra i vari insetti e parassiti. Inoltre, in caso di piogge torrenziali, non è più in grado di assorbire l’acqua che, scorrendo senza freni, provoca alluvioni. Diversi agricoltori, infine, nonostante i divieti, usano prodotti chimici, dannosi per la salute e inutili per la lotta ai vari parassiti, che può e deve essere solo biologica”.