

Macché martedì, macché giovedì! Quest’anno è il sabato ad essere grasso: perlomeno lo sarà quello dell’Officina Belushi e non potrebbe essere altrimenti, considerate le due settimane di chiusura forzata causa neve. Si riapre quindi alla grande sabato 18 febbraio con una festa di carnevale che premierà non solo le maschere più belle, ma anche quella che saprà omaggiare meglio il faccione ispiratore del nome del locale, il mitico John Belushi.
Ad allietare musicalmente la serata un gruppo che torna per la seconda volta sul palco dell’Officina, dopo aver conquistato il pubblico a dicembre dello scorso anno. Si presentano come Sei Ottavi, per omaggiare quel lungimirante cantastorie che è stato Rino Gaetano, ma sono ben più di questo.
«In realtà noi scriviamo anche canzoni nostre, sotto il nome di Capobanda, che ci è particolarmente caro dal momento che ci è stato suggerito dal nostro amico Francesco De Gregori. Come Capobanda nel 2010 abbiamo vinto un contest a Pescara che ci ha permesso di aprire il concerto di Ligabue e siamo quasi alla presentazione del nostro secondo cd».
A parte l’evidente passione per la musica che spinge i due fratelli a cercare nuovi percorsi indipendenti, l’amore primario rimane da sempre Rino.
La musica è nel vostro sangue da sempre, quella per Rino da dove deriva? Ha contagiato entrambi i fratelli nella stessa maniera da subito, oppure uno ha trascinato l'altro?
«Rino lo ascoltiamo sin da bambini, a casa avevamo un vinile di Gianna che ci ha fatto imbattere in questo sogno. Mio fratello è più grande di me, ma non ha fatto in tempo ad influenzarmi: la passione è stata parallela».
E se due bambini si imbattono nel brano vincitore di Sanremo ’78 e si chiamano Antonio e Salvatore, quando il nome completo del cantante è proprio Salvatore Antonio Gaetano, non si può negare un suggestivo intervento del destino.
L'incredibile somiglianza delle vostre voci all'originale è imbarazzante: ci avete lavorato sopra oppure è un dono naturale?
«Mi piace molto quest’aggettivo: imbarazzante» sorride Salvatore «è un dono, esce naturale».
Come mai di tutte le sue canzoni avete scelto proprio Sei Ottavi per rappresentarvi?
«A parte che Rino ha dedicato “Sei ottavi” al modo in cui batte il cuore di una donna incinta, rendendo la canzone emozionalmente evocativa, a dirti la verità non è stata la nostra prima scelta. Nel 2002 quando siamo nati ci chiamavamo “In arte Rino”, sul cui nome però la sorella ha vantato dei diritti imponendoci di cambiarlo in Sei Ottavi che per rispetto abbiamo mantenuto».
Di voi si legge che non volete meramente imitare l'originale, ma riproporre il messaggio socio culturale originario...
«Purtroppo lui non lo può più portare avanti, quindi ci facciamo paladini del suo credo cercando di trasmettere messaggi positivi che aprano gli occhi alla gente. I suoi testi sono tremendamente attuali»
Avete già suonato all'Officina Belushi ed è stato un successo…
«Ci siamo trovati molto bene all’Officina, a partire dall’organizzazione, per finire in uno stupendo pubblico molto partecipe».
Se volessi congedarti con un saluto cantato da Rino Gaetano quale canzone sceglieresti?
«Pensiamo che sia meglio dirvelo direttamente dal palco sabato sera».
L’intervista quindi si chiude così… senza una vera chiusura. Io non me la sento di lasciarla in sospeso, e voi? Ci vediamo sabato.