

VITERBO – Le prossime tre settimane saranno decisive per l’ex direttore generale della Asl Giuseppe Aloisio, il suo consulente strategico Mauro Paoloni, l’imprenditore Roberto Angelucci e il responsabile dell'unità 1 di Civita Castellana della società interinale Ali Gianluca Parroccini, per i quali i pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma, nell’ambito della maxi inchiesta sulla Asl, avevano chiesto l’arresto. Ma il gip Salvatore Fanti non ha emesso le ordinanze di custodia cautelare in carcere “per mancanza di attualità”. In altri termini, ad avviso del magistrato, sarebbero stati chiesti a troppo tempo di distanza dai fatti contestati.
La procura della Repubblica, però, ritiene che sussistano seri rischi di inquinamento delle prove da parte dei quattro, tanto che ha formalizzato il ricorso in Cassazione contro il rifiuto del Gip. La Corte Suprema dovrebbe esprimersi entro due o tre settimane. Se il ricorso dovesse essere accolto, Aloisio, Paoloni, Angelucci e Parroccini finirebbero in cella.
Roberto e Fabio Angelucci sono rispettivamente fratello e nipote di Antonio Angelucci, parlamentare Pdl, proprietario di un vero e proprio impero sanitario, il San Raffaele Spa, anch’egli coinvolto con il figlio Giampaolo, in inchieste giudiziarie, per truffa al sistema sanitario nazionale e regionale da 170 milioni di euro.
Giampaolo Angelucci, nel febbraio 2009 fu arrestato nell'ambito dell’inchiesta dei Nas e dei carabinieri di Frascati sulle convenzioni con alcune case di cura. Per il padre Antonio, deputato del Pdl, fu chiesta l'autorizzazione a procedere. Le misure cautelari furono emesse dal tribunale di Velletri. Nella stessa operazione finirono in cella altre 12 persone e 4 furono sottoposte all’obbligo di dimora.
Roberto e Fabio Angelucci sono finiti sotto inchiesta sia per l’apertura del centro diabetologico nella clinica Nuova Santa Teresa, che secondo i pm non sarebbe stato autorizzato dalla Regione Lazio, che, e soprattutto, per una serie di fatture gonfiate che sarebbero state emesse dalla casa di cura di Nepi. Una vicenda complicatissima, condita di documenti ritenuti falsi dagli inquirenti, nella quale sono in ballo alcune decine di milioni di euro.
Mauro Paoloni, docente universitario, commercialista, ha avuto per alcuni anni un contratto di consulenza da centinaia di migliaia di euro l’anno con la Asl di Viterbo targata Aloisio. Secondo l’accusa, avrebbe garantito corposi finanziamenti, con metodi quanto meno irregolari, all’Associazione Aureart, promossa da Francesco e Giampaolo Marzetti (anche loro indagati), ottenendo in cambio 24mila euro a favore della moglie, sotto forma di compensi per la sua attività didattica. Altri 32mila euro li avrebbe incassati egli stesso per svolgere una relazione in un corso della Abbott, altra società appaltatrice della Asl.
Negli accordi con le società appaltatrici, che la procura bolla come “criminosi”, sarebbe coinvolto anche Aloisio. L’ex manager però non chiedeva soldi ma “l’assunzione di personale gradito e nominalmente indicato dal medesimo Aloisio”. Insomma, appalti in cambio di assunzioni anziché di tangenti, “con conseguente ritorno di consenso politico per se stesso e la moglie”, eletta consigliere comunale Pd a Viterbo. Le aziende che non si piegavano alle richieste di Aloisio & soci, osservano i pm, “non avevano alcuna possibilità di aggiudicarsi l’appalto”.