ANNO 13 n° 143
Il “cantastorie” Ezio Urbani ci ha lasciato
Lettera di Silvio Cappelli

di Silvio Cappelli

Se n’è andato via in silenzio, in punta di piedi, dopo aver raccontato, in dialetto viterbese, in modo elegante e raffinato, gran parte della storia della città di Viterbo e anche momenti di vita contemporanea.

Ezio Urbani, studioso di storia locale, persona stimata da tutti, marito e padre esemplare, uomo integerrimo, scrittore e autore di molte pubblicazioni viterbesi, è deceduto il 12 novembre scorso. Era nato a Viterbo il 25 aprile del 1922, per circa quarant’anni è stato dipendente dell’Ufficio Tecnico Erariale con la passione, nel tempo libero, per la storia e il dialetto.

Più che poeta dialettale amava definirsi un “cantastorie” e lo ha sempre fatto con una grande immediatezza espressiva racchiudendo “un’immagine, con sintetica efficacia, in una sola parola”. Scriveva e parlava, con molto stile e padronanza, sia il dialetto viterbese che quello sorianese.

Tra le sue principali opere sono “’l conclave de Viterbo” del 1982, “Frisigello: storie in dialetto viterbese” del 1984, “Viterbo, storie, parole e pietre” del 1988, “Favole di Esopo, Fedro, La Fontaine. Liberamente tradotte in vernacolo viterbese” del 1999 e “Il vernacolo viterbese” del 1999 per il quale l’autore ha ottenuto anche una menzione particolare dall’Accademia della Crusca che è uno dei principali punti di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana.

Ezio Urbani ha fatto parte dell’associazione viterbese “Tuscia dialettale” contribuendo alla realizzazione, in diversi anni, delle pubblicazioni sulla “Dialettalità del Presepe” e dell’antologia di poesie in dialetto viterbese “’l capagno” del 1983.

Ha collaborato, inoltre, anche con la rivista “Tuscia”, edita dall’Ente provinciale per il turismo di Viterbo, con diversi suoi articoli e con la rubrica in dialetto viterbese “Il Frisigello”. 

Alcune sue poesie, “I’ Quattro Cantuni” e “Papacqua”, sono anche contenute in “Soriano nel Cimino tra storia e folclore” del 2002.

Ezio Urbani se n’è andato via, quasi prendendo spunto dalla sua poesia in dialetto sorianese “I quattro cantuni”, “su i’ppiù bello” perché “giunt’ill’ora”, rispondendo a “i’cchiamo” di sua madre: “…o fì spiccete, gnamo!”.

27/12/2011 - 10:51



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