ANNO 15 n° 299
Funziona l'arma biologica anti Cinipide
Il Torymus, in alcune zone, ha eliminato dai castagneti al vespa cinese fino al 71%
22/08/2012 - 04:00

VITERBO - L’arma biologica contro il Cinipide galligeno, la micidiale vespa cinese considerata l’insetto più nocivo al mondo per il castagno, funziona. In alcune zone d’Italia, in particolare in Piemonte, l’inserimento del Torymus senensis, ossia l’antagonista naturale del cinipide, ha aggredito circa il 71% delle galle, una sorta di “nido” in cui si sviluppano le larve della vespa cinese. E proprio in quelle galle, la femmina di Torymus depone le sue uova. Al momento della schiusa, le larve di Torymus si nutrono di quelli del Cinipide. Così, di anno in anno, la popolazione di cinipide si riduce, fino ad attestarsi intorno al 10% rispetto al picco massimo. E’ la riserva che il Torymus lascia per garantire la dispensa per le sue nidiate.

Pur non essendoci dati ufficiali a disposizione, il Torymus si sarebbe ben ambientato anche in provincia di Viterbo, in particolare sui Cimini. Secondo i produttori di castagne, quest’anno si sarebbe verificata una sensibile diminuzione delle galle del Cinipide sugli alberi. La percentuale è stata valutata, sebbene in modo empirico, tra il 30 e il 40%. Alcuni attribuiscono il risultato all’azione combinata del Torymus e di un fungo, lo Gnomoniopsis, in grado di causare il disseccamento delle galle.

I produttori di castagne hanno quindi due armi a disposizione per combattere il Cinipide e i gravi danni che produce: riduzione fino al 60-70% di perdita della produzione, soprattutto nelle stagioni contraddistinte dalla siccità, come quest’anno; disseccamento dei rami molto infestati; diradamento della chioma.

Al contrario di quanto è avvenuto in diversi paesi, in Italia il Cinipide non ha causato la morte degli alberi o lo ha fatto solo in pochissimi casi, statisticamente irrilevanti.

Al contrario del Torymus, però, lo Gnomoniopsis causa alcuni effetti collaterali non trascurabili: l’infestazione di marciume nelle castagne raccolte. Una fitopatia che progredisce anche durante la conservazione dei frutti dopo, rendendo il sapore cattivo. Secondo gli studi finora raccolti, il fungo infetterebbe con le sue spore i fiori femminili che poi trasmettono l’infezione alle castagne.

Ci sono tuttavia dei rimedi, soprattutto per le nuove piantagioni, nelle quali è possibile mettere a dimora le piante a 7-8 metri di distanza l’una dall’altra, secondo la specie, garantendo un maggiore arieggiamento e uno sviluppo più armonioso delle chiome.

Un’altra precauzione è quella di bruciare i ricci vuoti o trasportarli lontano dal castagneto. Risultati apprezzabili sono stati ottenuti anche trattando i castagneti con un formulato contenente Tebuconazolo, prima e dopo la fioritura.

Nella conservazione dei frutti, infine, si è dimostrata efficace l’uso dell’anidride carbonica.

In attesa di vincere la guerra al Cinipide e altri parassiti, i castanicoltori dovranno fare i conti con un’annata che si annuncia tragica. Il raccolto 2012, come del resto quello degli ultimi anni, sarà inferiore di almeno due terzi rispetto a quello delle annate migliori. E in qualche caso sarà addirittura inesistente. Sul banco degli imputati, oltre alle fitopotie, la gravissima siccità che ha letteralmente “bruciato” le piante, determinando la massiccia caduta precoce dei ricci.

Un colpo durissimo per il comprensorio dei Monti Cimini, dove sono concentrate circa 350mila piante di castagno, l’8% a livello nazionale. Nella Tuscia ogni anno vengono, o meglio venivano, raccolti tra i 55mila e i 65mila quintali di castagne e marroni. La superficie coltivata è di 2.800 ettari. Il 70% della superficie totale è concentrata nei comuni di Canepina (oltre 800 ettari), Vallerano e Viterbo (400 ettari ciascuno).

Nel Lazio, la superficie coltivata a castagneto da frutto è di poco inferiore ai 6mila ettari, pari al 7,44% di quella nazionale. Le aziende coinvolte sono 6.116, quasi tutte a conduzione familiare, e rappresentano il 9% a livello nazionale. Tra le cinque province laziali quella di Viterbo, con circa il 50%, è al primo posto per quantità di castagne prodotte. L'altro 50% è distribuito in maniera omogenea tra Roma (20,46%) e Rieti (20,04%) e in piccola parte tra Frosinone (7,66%) e Latina (2,59%).




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